18.6.06

 

Leonardo Sinisgalli. L'albero bianco 

[Narrativa -5]

Quanto mi rimane di C* e dei primi lunghi pianti al passaggio dei carri, dietro le inferriate del cortile, vorrei dirvi in un soffio, il tempo di uno sbadiglio o di un fischio. Chi mi accompagnò nel primo viaggio non era mio padre.
Dentro la carrozza (che portava di agosto la neve nei sacchi, conservata come carbone nelle fosse coperte di neve marce: la stessa carrozza saliva sotto gli abeti, portava mia nonna a mille metri di altezza lungo la rotabile, i giorni delle grandi gite familiari in montagna, quando in casa non restavano neppure i servi, e venivano fin lassù coi canestri carichi di stoviglie), stretti dentro il mantice d’incerata, stavamo Silvestro ed io ai lati del parroco, che aveva ceduto alle insistenze delle nostre mamme e si offriva di accompagnarci in collegio la prima volta.
Con le tasche piene do confetti (avevo atteso un anno quel viaggio, era stato il mio incubo e dovevo crescere, convincere mia madre che poteva lasciarmi solo per un tempo che, in carrozza quella mattina, sentivo sarebbe durato tutta tutta la vita: non ero andato più a scuola, avevo perduto i miei compagni che s’erano sparsi per i campi e nelle fornaci, più grandi e con la sorte già così chiara, mentre io, io…) partimmo, attraversammo il fiume, ci allontanammo dal confine della provincia.
(Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito; mi convinco sempre più che tutto quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene, io sento di non aderire che con indifferenza al mio destino, alla spinta del vento, al verde al rosso. Io so che la morte arriva all’ora prescritta; non è un’ingiuria, non è un sopruso: io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura, io che ero innamorato di carte e di stampe, ch’era nato senza appetiti, senza fiamme nella testa e volevo semplicemente perire dentro la mia aria. Forse siamo pochi a lamentarci di non saper più trovare una patria fuori dalle nostre colline).
Poi non ricordo più. Mi pare che i due ragazzi si svegliarono alle due ali della camerata. Io e Silvestro ci trovammo nelle ore di ricreazione ad asciugarci le lacrime con lo stesso fazzoletto, a spaccare le melagrane che avevamo portato dal paese. Non ci si vide più quando il gelo rese impraticabile il cortile. Ci incontravamo qualche volta in fila lungo i corridoi che portavano alla cappella. Seppi che era stato prescelto tra gli allievi della scuola di canto, che egli era uno dei piccoli serventi in camice bianco che reggevano i ceri per tutta la durata della messa, e che sarebbe andato via da C* per seguire il noviziato, come mi scrisse più tardi mia madre, ma senza conforto per me che non avevo ancora risposto alla voce del Signore. (pp. 37-39)

da "L’albero bianco" di Leonardo Sinisgalli
(a cura di Rosetta Maglione e Antonio Vaccaro)
Edizioni Osanna Venosa, 1999
(disegno di Rocco Grieco)


LEONARDO SINISGALLI (nato a Montemurro in Basilicata il 9 marzo 1908, è scomparso a Roma il 31 gennaio del 1981). Matematico, poeta, narratore, Leonardo Sinisgalli fu uomo sfaccettato e poliedrico che diede alle stampe oltre che numerosi libri di poesia, anche diversi libri in prosa. Alcune delle sue pagine più belle, tratte da Belliboschi, Un disegno di Scipione e altri racconti, Fiori pari, fiori dispari, sono state raccolte, dopo la sua scomparsa, in questo prezioso e agile volumetto edito da Osanna Venosa. Si tratta di scritti risalenti agli anni ’70 in cui l’autore affronta un’opera di scavo “alla ricerca del tempo perduto” nel tentativo di recupero della memoria, dell’infanzia, degli affetti familiari, di quella Lucania arcaica da cui si allontanò fanciullo per intraprendere gli studi di formazione fuori regione. Sono pagine di una bellezza mozzafiato per la loro autenticità. Una scrittura diaristica e autobiografica, dal taglio introspettivo e di scavo psicologico che si intreccia a uno spaccato di vita reale e a piccoli gesti della quotidianità. Pagine da cui emergono i sui sentimenti, i sogni e le attese di quand’era ragazzo, i silenzi già dolorosi della vita, i gesti persi e mai più ritrovati. Una prosa limpida, lineare e al tempo stessa incisiva quella sinisgalliana, che punta decisamente oltre l’apparenza delle cose, per rivelarne quella sostanziale e spesso irrisolta, oscura ambiguità.
by Maria Pina Ciancio

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1 Comments:

Anonymous Anonimo said...

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15/7/10 17:13  

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