1.3.08

 

Avviso ai lettori di LucaniArt 

Il nuovo LucaniArt Magazine



Carissimi amici e lettori di LucaniArt, nuove esigenze tecniche e necessità di dare maggiore respiro ed apertura al blog, hanno fatto nascere negli ultimi mesi la necessità di realizzare un nuovo spazio web più agevole, leggibile e snello nella struttura e nella consultazione. E' nato così da qualche settimana LucaniArt Magazine (il bollettino interno dell'Associazione Culturale) che vi invito a visitare all'indirizzo http://lucaniart.wordpress.com.
Siete tutti invitati a partecipare con vostri scritti, ma anche con proposte di recensioni, riflessioni, interviste e segnalazioni di eventi.
"LucaniArt" resterà on-line e sarà aggiornato nelle sezioni che lo compongono.
Vi ringrazio tutti per la lettura, il sostegno e la costanza della vostra presenza.
Un cordiale saluto
Maria Pina

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23.2.08

 

Rosa Maria Fusco. I corpi e le parole 

[poesia -42]



T
utto quello in cui affogo
stagioni di rabbia di torrenti di ciliegi e poi stanze
come celle monache e madri di guardia al tuo corpo
le ragazze ridono forte raccontando barzellette sconce
nei dormitori accendono cerini colori forti sulle labbra
di sotto la persiana una striscia di cielo
nuvolo coperto schiaccia il viso
........................................ora l'autunno l'erba intrisa
a ruota le quaglie la vendemmia i cacciatori
la sorpresa di scoprirtoi nuda -è una vergogna-
dice la suora -la ragazza guarda attorno
in cerca di un balcone

***

Ci sono contrade dove la violenza
non costa nulla neanche il sangue di un cane vecchio
sparato a Sant'Anna... ci sono posti dove si muore
a poco a poco per eccesso di pudore di saggezza
per difetto di follia... ospedali ospizi case di cura
per malati mentali istituti per bambini scemi
dove si mettono quelli che hanno la testa
grossa e l'equilibrio incerto
...........................................sicchè basta un niente
e il mondo li rovescia faccia a terra

***

Già ci legano la collo la pieta
la corrente fa risucchio -ambigue
le possibili parole-
..............................il silenzio
che ci stringe
è passione che si addensa rabbia
sgomento grumo di vita
corpo sull'asfalto

8 da I corpi e le parole di Rosa Maria Fusco
Quaderni di Messapo, Siena 1980

ROSA MARIA FUSCO è nata a Matera il 15 giugno 1953 e vive a Tursi dove insegna. Si è laureata con un vasto saggio di ricognizione sociologica su "La politica delle donne: i percorsi del neofemminismo in Italia". Poetessa, scrittrice, saggista e critico letterario, è presente in numerose antologie italiane e straniere. Ha collaborato a "Salvo Imprevisti", "Lotta continua", "Fronte popolare", "Collettivo R", "Dimensione", "Duepiù", "Nodi", "Perimetro", "Stazione di posta". Operatrice culturale, numerose sono le sue partecipazioni a trasmissioni radiofoniche e televisive, sia come ospite sia come ideatrice e conduttrice di programmi. Appassionata d'arte moderna, organizza e presenta mostre di pittura; ha pubblicato numerose cartelle d'arte e la sua produzione poetica ha suggerito a vari artisti originali interpretazioni visive. Tra i suoi libri editi figurano tre sillogi di poesia e un romanzo: "I corpi e le parole", Centro di iniziativa culturale Messapo, Siena, 1980; "La luna delle ciliege", Collettivo R, Firenze, 1985; "Arcana/mente", ed. Libria, Melfi, 1990; "Iris & Peonie", Polistampa Editrice, Firenze, 1996.
by Maria Pina Ciancio

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30.1.08

 

Carlo Levi. Lettere alla madre 

[Narrativa -13]

Grassano, 7 settembre 1935
"Cara Mamma mia,
ho finito in questo momento di dipingere una piccola natura morta, e mentre la riguardo, ti scrivo. Sono i soliti frutti, così familiari, identici a quelli di costì: qualche fico bianco, rosa nell’interno, uva bianca, uva nera, e grandi foglie verdi di fico. Ma come il colore è più contenuto e modesto di quello che mi era abituale! Un digradare di terre giallastre e grigie ricorda il paesaggio di qui, e lo svolgersi dei colli, indefinitamente coperti di paglia arida e di radi e bassi ulivi. Capisco adesso la straordinaria libertà e ricchezza del colore di Alassio, dove l’azzurro più intenso fa parer rosati gli ulivi bianchi e i violetti delle pietre e i gialli e i rossi delle rocce son rivelati dal verde bluastro dei carrubi, e le palme si alzano tra i fiori come allegri pennacchi. Qui nessun contrasto interrompe l’orizzonte sempre uguale, e il seguirsi di campi e delle valli, a perdita d’occhio. Umili sono i colori di questa terra che anche Virgilio e Dante hanno chiamato così: e proprio in questa umiltà è la sua bellezza: ho dipinto ieri il primo paesaggio grassanese, una distesa di colline e di campi bianco-giallastri, con radi alberi grigi, e le prime case bianche e grigie del paese. Mi pare di averne reso abbastanza bene il carattere, e mi sono servito di una gamma di colori per me inusitata e che vi stupirebbe, che va dal giallo al violetto, senza conoscere né l’azzurro né il rosa. Tutto quello che manca di colore durante il giorno, si ha invece al tramonto, che è infuocato e splendido: ma dura pochi minuti, e subito arriva la notte. Non ci sono quei lunghi crepuscoli che piacevano a Leonardo, e che io adoperavo per dipingere fino a buio.
Tanti cari saluti e baci a tutti
Carlo
Lettera di Carlo Levi alla madre
(Torino, Archivio della famiglia Levi)
nella foto in alto - Danilo Dolci e Carlo Levi

CARLO LEVI (Torino, 29 novembre 1902 – Roma, 4 gennaio 1975) Quando penso a Levi, penso alla Lucania. Penso alle lettere. Non al Cristo, non ai dipinti del confino, ma alle lettere. A quelle bellissime lettere-documento che raccontano l’uomo Levi e il suo modo di stare nella vita. L’animo sensibile e gentile del medico-scrittore torinese che nel ‘35 approda, esiliato politico, in un Sud lontano, arcaico e sconosciuto, ricco di umanità e colori sottesi. Cara madre… Cara Luisa… e poi quel tono pacato, carezzevole, aperto che contraddistingue le lettere, la pittura, il romanzo. Uno sguardo di cura e attenzione per l'altro, la terra e lo straordinario svelarsi dei luoghi e delle cose.
by Maria Pina Ciancio

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5.1.08

 

Romanzi e racconti della memoria e della cultura popolare 

[narrativa -12]

foto Francesca Zito, 2004

«Un classico è un libro che non ha mai finito
di dire quel che ha da dire»
(I. Calvino, Perché leggere i classici
)

Alcuni libri sono da leggere e da rileggere. Alcuni titoli non dovrebbero mancare tra gli scaffali delle nostre biblioteche. Alcuni classici racchiudono da sempre il fascino del tempo, dei luoghi e della storia.
Testimonianze uniche. Documenti preziosi.
Memorie di un'Italia che cambia, tra '800 e '900.
Ecco alcuni titoli. Solo alcuni però, altre segnalazioni o semplici riflessioni ci piacerebbe accoglierle tra i commenti.
I Malavoglia di Giovanni Verga (uno spaccato delle campagne siciliane attraverso le parole del maestro del Verismo); Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (la cronaca del confino in Basilicata tra il '35-36 dello scrittore e pittore torinese); Vino e pane di Ignazio Silone (una continuazione ideale di Fontamara, il racconto di Pietro Spina, un rivoluzionario braccato dal fascismo e il ritorno a Marsica, che fa da sfondo con la sua agricoltura povera e i suoi contadini alle vicissitudini del protagonista); Canne al vento di Grazia Deledda (una intensa storia d'amore ambientata nella terra d'origine della scrittrice, la Sardegna); Fontamara di Ignazio Silone (le cui vicende si snodano durante i primi anni della dittatura fascista a Fontamara, tra una realtà sociale fatta di cafoni -braccianti, manovali- e piccoli proprietari terrieri); Di viole e liquirizia di Nico Orengo (ambientato nelle Langhe, dove "il vino è come il petrolio" ed ognuno punta a far meglio dell'altro); Vino al vino di Mario Soldati (un indimenticabile viaggio nelle campagne italiane degli anni '60).

Senza commenti. Solo l'incipit del Cristo.

"Sono arrivato a Galiano un pomeriggio di agosto, portato in una piccola automobile sgangherata. Avevo la mani impedite, ed ero accompagnato da due robusti rappresentanti dello stato, dalle bande rosse ai pantaloni e dalle facce inespressive. Ci venivo malvolentieri, preparato a veder tutto brutto, perchè avevo dovuto lasciare, per ordine improvviso, Grassano, dove abitavo prima, e dove avevo imparato a conoscere la Lucania. Era stato faticoso dapprincipio. Grassano, come tutti i paesi di qui, è bianco in cima da un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto".
(da Il Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi, prima edizione 1945)

by Maria Pina Ciancio

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22.12.07

 

Maria Pina Ciancio. Intermittenze colorate oltre 

[poesia -41]



Il Natale anche così…


Si riflettono sui vetri gli addobbi colorati
e le stelle intermittenti di Natale.

Dentro è buio

Nella stanza una vecchia senza nome
culla tra le braccia una bambola di pezza
e un sogno ................appeso da vent’anni
al chiodo del camino

Tutto passa e accade............come sempre
come ogni sera
la mollica masticata sulla panca
il fuoco che si abbassa
il fazzoletto largo stretto in testa
la vita che si arrende al sonno.........e trema

Dentro è buio

Resta l’intermittenza
e le stelle colorate oltre i vetri

oltre

(novembre 2007)

da A.A.V.V. Nella notte di Natale. Racconti e poesie sotto l'albero
(Collana l'Antologica), Giulio Perrone Editore 2007
ISBN 978-88-6004-122-7, p. 218, 15.00 euro

(disegno di Rocco Grieco)

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10.12.07

 

Gli auguri della Redazione di LucaniArt 

[Natale -2007]

..........................................(disegno -Rocco Grieco)

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20.11.07

 

Albino Pierro. Si pó' nu jurne 

[poesia -40]

"Tegne nu dulore ca nun mi làssete / com'a lu core i zanne di nu lupe"

Nda st'alligrizze

E mi vròscete ‘a uìje di ci murì
nda st’alligrizze.
Po’, com’a chi nd’u sonne si cattùgghiete,
cante:

“Ah si ni putéra lassè
pittate supr’ ‘a facce ma cchisèmpe
u ‘ampe di na rise
a stu munne ca chiàngete
nun sacce si nd’i scaffe
o nd’i carizze”

In questa allegrezza // E mi brucia la voglia di morirci/ in questa allegrezza. /Poi, come chi nel sonno si solletica,/ canto// “Ah se glielo potessi lasciare/ dipinto sulla faccia ma per sempre/ il lampo di un sorriso/ a questo mondo che piange/ non so se tra gli schiaffi/ o le carezze”.
(p. 75)

*

Ti spàrtete u ‘ampe

Cchiù la sentese nfunne
‘a uìje di i’èsse bbòne
cchiù ti spàrtete u ‘ampe.

E si’ terra vruscète
e si’ nd’u verne
nda tanta partajalle
ca duce pó’ nd’i frunne ci s’arrànzene,
si lle vàsete u sóue,
cchi lle fè d’óore u campe.

Ti spacca il lampo // Più nel profondo la senti/ la voglia d’essere buono/ più il lampo ti spacca.// E sei terra bruciata/ e sei nell’inverno/ tra tante arance/ che lievi tra le foglie poi s’affacciano,/ se le bacia il sole,/ per farlo d’oro il campo.
(p. 76)

*

Carcirète

Pure si vire u sóue
o ll’ate cose cchù belle,
si ci ni su;
pure si mi ci appende
ma cc’u pinzare a na stella
can un c’è cchiù,
ié mi sente sempe nu carcirète
can un pó gghiì cchiù allè
di na nfirrìete

Carcerato // Anche se vedo il sole/ o le altre cose più belle, / se ce ne sono; / anche se mi ci appendo/ ma col pensiero a una stella/ che non c’è più, / io mi sento sempre un carcerato/ che non può andare più in là/ di un’inferriata.
(p. 79)

da "Nu Jurne" di Albino Pierro
Poesie in dialetto lucano di Tursi
Gruppo Editoriale Forma, Torino 1983
(disegno di Rocco Grieco)

ALBINO PIERRO (Tursi, 1916-1995) Sti mascre è una silloge di 23 componimenti poetici che fa parte insieme ai Poemetti e a Si pó' nu Jurno, di un unico volumetto antologico, con un'originale intoduzione dal taglio di intervista/conversazione di Tullio De Mauro, che quando uscì da casa del poeta, con un fascio di appunti, qualche lettera e una registrazione informale, disse: "Riuscirò a mettere nero su bianco quello che Albino ha detto, a restituire alla scrittura la sua voce calda e grave, la pensosa voce meridionale di Albino?" E ci riuscì bene il professor De Mauro, così come riuscì il poeta tursitano a restituirci la forza, la debolezza e le contraddizioni di questa terra di Lucania selvaggia, misteriosa e arcaica. Ritornano nelle poesie di Si mascre i temi cari a Pierro, quelli che hanno fatto di lui un punto di riferimento importante della poesia contemporanea in Italia e all'estero. Sono versi che vivono di un'atmosfera magica e tragica al tempo stesso, sospesi tra realtà e sogno, attraversati dal filo rosso dell'amore, dell'infanzia perduta, della lontananza e del ricordo, tagliati in due da quel dolore esistenziale "urlante" che da sempre accompagna e lacera la vita dell'uomo devoto alla verità del segno e alla parola "Tegne nu dulore ca nun mi làssete / com'a lu core i zanne di nu lupe".

by Maria Pina Ciancio

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25.10.07

 

Domenico Brancale. L'ossario del sole 

[poesia -39]


"Non sarò mai al sicuro dentro la parola"


Non oso pensare
alla foglia che stride nelle ossa

dove sei

ancora una volta sei
il reggimento della mia impazienza
il fuoco della lingua
che veglia sul nostro accordo

tutto può essere

noi siamo la nostra mancanza
(p.123)
*
Niente più lamenti
nè gridi che raspano
la gola dei rimorsi

sentire che possono accadere le cose

Assolve le carni
questo abisso di sole in agguato
(p.74)


*

Non siamo che cuore nell’intimo
e non mi stanco di ripeterlo
anche se in un sussulto
mi copre le palpebre
lo straccio del buio

Sempre nelle mani ho stretto forte
il fascio di canne
tremanti nella fiamma
e ci sono sceso fin giù
nel dirupo che addomestica
i volti duri nella piena
di questa pietra
(p.102)

versi tratti da "L’ossario del sole" di Domenico Brancale
con una nota di Michele Ranchetti
Collana fondata da Mario Luzi, Passigli Poesia, 2007
(foto di M.P. Ciancio -lettura di Domenico Brancale - Rionero in Vulture, 18-08-07)

DOMENICO BRANCALE (è nato a Sant’Arcangelo nel 1976 e vive a Bologna). Queste nuove poesie di Domenico Brancale vivono nel solco della continuità e dell’autenticità. Sono lame affilate che tagliano in un unico gesto un silenzio contratto e supremo. Quasi un grido. In un presente dove, ogni passato momento diventa un eterno momento, presente e assoluto, sotto una luce diretta e spietata che acceca “un sole piantato nel cranio/ avvampa le ali/ pure del destino”. Uno spazio aperto e metaforico sull’ossario del sole, sulla traccia di un’assenza “Nel mortaio di pietra/ rimani tu/ in fondo ancora un nome/ da pestare a sangue”.
Una poesia dal verso breve, solido e intenso dentro “i pugni stretti”, che si apre su un dolore assoluto che ingloba ogni cosa e non lascia spazi e fessure alla luce. Eppure non si può non amare la bellezza e l’incandescenza di questi versi intarsiati di pieni e vuoti, di italiano e dialetto, che ardono di pathos, che stanno dentro la vita con tutta la loro bellezza tragica e disperata. In un equilibrio perfetto, prima dell’oltre.
Leggi altre poesie di Domenico Brancale su Pillole (di)versi.

by Maria Pina Ciancio

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3.10.07

 

Andrea Di Consoli. "lago negro" 

[narrativa -11]

(brani tratti dal racconto "Shakespear")

Non so perché quest’estate facesse così caldo. Ad Aversa presi un espresso e mi diressi verso Lecce. Tiravo fuori la testa dal finestrino e sentivo l’aria calda. C’era solo questo a fasciarmi la fronte: aria calda, vertigine dalla mattina alla sera.
Nelle cuffiette ascoltavo Don Pizzica. E avevo caldo.
Quando ho i capelli lunghi, sudo di più; faccio le dita a spazzola e mi pettino i capelli all’indietro. Poi scopro che sono inzuppato alla schiena, all’inguine, al collo.
Quest’estate ci fu la presa d’atto. Mia e dei miei amici.
Abbiamo scoperto, quell’estate che stavamo imparando a capire il mondo. Tutto questo non succede mai in anni, in decenni, ma in mesi, settimane.
Era estate e imparammo che c’era un meccanismo preciso, e pure che c’era soluzione ai più grandi problemi del mondo.
C’era nostalgia, che certe notti si risolveva in pianto. Io piango così: all’improvviso sento un nodo alla gola, poi mi bruciano gli occhi e la pupilla si allarga. Ma le lacrime non scendono sulle guance. Non ho mai saputo perché non piango completamente, come le donne [...]
(p.7)

*

Certe notti ho paura. Prego a bassa voce nella mia piccola casa. A quest’ora della notte mio padre si è già svegliato e forse piange per me, per questo suo figlio che ha i giorni contati. Me lo immagino immobile e grosso sul suo letto, con gli occhi spalancati e la canottiera sollevata sulla pancia.
Mi piacerebbe se la morte fosse un luogo raggiungibile in macchina. Mio padre mi ci porterebbe con la sua Ford e nel tragitto parleremmo normalmente, come abbiamo sempre fatto. Una volta lì, prima di spingermi nel burrone, mi abbraccerebbe e sentirei per l’ultima volta il suo odore forte di terra e di sudore –il suo odore di cavallo.
Poi mi spingerebbe urlando, urlando come un cavallo al quale stiano strappando gli occhi dalla testa.
(p.13)

da "lago negro" di Andrea Di Consoli
L'Ancora del mediterraneo, Napoli 2005
(in alto, particolare di copertina di Stefano Ricci)

ANDREA DI CONSOLI (è nato a Zurigo da genitori lucani nel 1976 e vive a Roma). Ha il taglio della prosa poetica illuminante sulle cose, questo libro di racconti di Andrea di Consoli. Venti storie sul Sud, fatte di sguardi e viaggi nella memoria e nei cambiamenti sociali di un tempo e di un’epoca. Un tempo che raccoglie altri tempi, viaggi che racchiudono altri viaggi. Uno scavo nel dramma generazionale, nella crudeltà del quotidiano e degli affetti, dove narrazione e “pensiero riflessione” si annodano a maglie strette. Storie raccontate talvolta in prima, talvolta in terza persona con la forza della passione e della partecipazione, attraverso un linguaggio semplice e colloquiale, che si nutre di un tessuto che svela in profondità quella bellezza e quel dramma che si scambiano il giro in un istante. Ma è quando la narrazione scivola piacevolmente verso approdi "diartisti" (penso a testi come quello riportato sopra) che l’autore riesce a regalarci pagine di una bellezza davvero toccante, autentica e vera. Un libro poetico lago negro, fatto di sangue e carne, da cui emerge dirompente la solitudine e la nostalgia, il fallimento, il dolore che lacera e spacca, e che solo talvolta redime.
by Maria Pina Ciancio

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21.9.07

 

Alfonso Guida. Appunti su uno stanziamento 

[poesia -38]

...che poi abbia senso andarsene o restare
qui fra un luogo e un corpo che del luogo apre
finestre mamillari e del corpo altre
leggere sintonie curiose ai nervi
messi in questa nicchia abbandonata irta
di faggine e giocattoli di pioggia
lo spazio breve in realtà è più che altro e oltre
se stesso lunghissimo, un vuoto fatto
pneumaticamente come a raggiera
da un bulldozer, dosaggio perifrastico
del suo deponente ammaraggio sopra
banchine o rivierasche monotonie
la casa è stata svuotata e ora dorme
perchè ha capito che dentro può starci
solo il nero balbettante umanesimo
dai suoi stessi veli di frangia assolta
con pudore dal tortile avellano
seminudo inchiostro di conchiglia ora
messa contro l’orecchio per sentirne
la voce afosa, quel vociare baltico
dell’eremita appannato dal suo orlo
di macerazione carbonica e poi
la testa, l’immemore planare in due
...ti mette tristezza citare Gerico
non riesci a seguire fino alla fine
come invece vorresti un concerto jazz
per via del suono di tromba e nascondi
la sciarpa nel corrimano incompiuto
come quel girare su scale a chiocciola
dà il capogiro e il mondo entra veloce
liquido esterrefatto nel principio
di nausea che ti sale in gola, pezzi
d’intonaco raschiato contro i rami
del pino, le chiocciole-faro intorno
l’intrusione spontanea nel futuro
tra le salmodie dei ritardi in presa
netta, è lì, dove ti vien tolta l’aria
che senza respiro devi decidere.


*

...luce, alterata tensione nervosa
dell’insegna e del prologo accanito
contro lo spazio e goccia d’attenzione
sfilata da una fatica che addossa
la notte al fianco freddo e mette in tasca
le mani col portacenere in due ore
pulito e prosciugato come un resto
di segatura tra stipite e soglia
come il mondo amato a distanza eppure
negato nell’andare incontro all’acqua
fiorita del burrone. Qui toccando
lo spazio ogni materia lede i singoli
vuoti tra primo e secondo minuto
ledere perfino il graffio e il contorcersi
dell’orologio che vedo alto dietro
le case illustrate a portici spenti
nel cuscino di nebbia su cui passo.
...le forme aperte m’inseguono e portano
via lo scoglio, l’abbaiare consunto
del suo sfrigolamento. Camminare
come fosse scrivere quattro distici
sul camice bianco che opera in stanze
di allusione, nel drittofilo a greca
di un tavolo su cui viene lasciato
del pollo guasto e una vaschetta bianca
di marmellata. E’un togliere continuo
questa resistenza all’anonimato
dell’unanime. Una scodella piena
di stracci e il ritiro sociale visto
come valore del sangue distorto
cercando una sedia accanto al pattume
del cortile in cui viene acido il senso
del sudore, le gocce traslocate
fratturando gli scalini, sbrecciando
la febbre del cibo sul cui orlo gira
nera come un filatterio la prima
mosca del mattino, sorella mosca
battuta dal tovagliolo ghiaioso
che stride, ruota sorda ai tasti freddi
di un pianoforte astratto, aereo, sorpreso.
...la timidezza roca e fulminata
dei morti passa per queste vie buone
fra desertici battelli in cui a bolgia
si schiude l’inezia dell’usurante
sventolio dei surrogati cosparsi
di barbariche strie d’impastatrici
qui nel fondo dove non so affrettarmi
per sfuggire e ritrovare il fischiettio
dei ligustri di quand’ero bambino
tolto ai vivi e al mondo salvato, solo
primo uomo dopo la morte dell’aria.


Versi inediti di Alfonso Guida, da "Appunti su uno stanziamento"
San Mauro Forte, aprile 2007

ALFONSO GUIDA (San Mauro Forte, Matera 1973) “Appunti su uno stanziamento” è un lungo poemetto, scritto nell’aprile del 2007 e ancora inedito. Si compone di poesie scritte in endecasillabi "sui margini scaleni di un verbo doloroso che ancora trattiene” (a. guida). Un linguaggio complesso e interiore, magmatico, ma lucido e consapevole caratterizza questi versi articolati su più livelli di lettura: i viaggi della mente, lo spazio fisico, il senso dell’isolamento, il dolore, la solitudine errante.
Siamo di fronte a un verso strutturato, fatto di pieni e vuoti, di lontananze e vicinanze, di passato e presente (l’intrusione spontanea nel futuro/ tra le salmodie dei ritardi in presa netta) di vita e morte; un verso che tende al superamento dell’orizzonte emotivo individuale e che conduce alla sperimentazione di un percorso dialettico ampio e articolato, aperto a una serie di possibilità di sdoppiamento della voce.
Una poesia caleidoscopica e “frammentaria” –nonostante l’apparente unitarietà e compattezza strutturale- che si dà un ordine e lo distrugge immediatamente, senza titoli e senza punteggiatura, uno scavo della lingua nella lingua, alla ricerca di cifre che possano riscrivere la vita. Un prodigio della creazione.
Altri versi di Alfonso Guida su LucaniArt Voci.
by Maria Pina Ciancio

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2.9.07

 

Mariolina Venezia. Mille anni che sto qui 

[narrativa -11]



In quel pomeriggio di marzo del 1861 che la storia rese famoso per altri motivi, Concetta partoriva senza la levatrice. Cumma Rachele, la mammana che aveva fatto nascere tutti i bambini di Grottole e molti altri ne aveva spediti al creatore con gli infusi di prezzemolo e il ferro da calza, era ormai troppo vecchia per esercitare e si scomodava solo nei casi disperati.
Concetta istruiva le figlie fra un grido e l’altro, perché ormai sapeva a memoria come comportarsi, ma questa volta la cosa si presentava difficile perché il parto era podalico. A forza di spingere, Costanza le aveva ridotto la pancia tutta un livido, e Albina, che non perdeva occasione per dare addosso alla sorella, glielo stava rinfacciando dicendole che era tutta colpa sua se le cose non stavano andando come si deve. Licandra, in mezzo alle grida della madre e agli strilli delle sorelle, aveva sentito uno strano vocio sotto casa. Il suo primo pensiero andò ai briganti, delle cui gesta, nel bene e nel male si parlava dappertutto. Si affacciò emozionata, perché in cuor suo stava dalla loro parte. Appena informata dell’accaduto era scesa nel magazzino dove aveva potuto verificare l’ineluttabile gravità dell’accaduto. (p. 22)

Giuseppe Amodio, figlio di Rocco, era partito per le Americhe che era solo un ragazzo. A Napoli, dove era andato a prendere il bastimento, aveva visto il mare per la prima volta in vita sua. Appena arrivato davanti a quella immane massa d’acqua che si muoveva da tutte le parti mandando un odore mai sentito che si mescolava a quello del catrame delle navi, gli si erano rizzati tutti i peli del corpo e le gambe gli si erano piantate a terra come se all’improvviso avessero messo radici.
Avevano dovuto trascinarlo come un ciuco imbizzarrito, perché ormai erano già state pagate le centocinquanta lire del biglietto e le cento del sensale che ci volevano per partire, e l’avevano spinto per forza nella stiva. Aveva vomitato per tutto il tempo che era durata la traversata. Con le budella che gli si arrotolavano e lo stomaco che sobbalzava guardava dagli oblò quell’elemento nemico che dall’alba al tramonto si tingeva di sangue. (p.71)

“Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia
Collana I coralli
Giulio Einaudi Editore, 2006
(nella foto, ritaglio di copertina del libro)


MARIOLINA VENEZIA (è nata a Matera nel 1961 e attualmente vive a Roma). Un ritaglio di foto. Un sorriso accattivante e ammaliante e la serietà maestosa di una donna. Si contrappongono e si completano le due figure di copertina in bianco e nero sul nuovo libro di Mariolina Venezia Mille anni che sto qui. Un romanzo bello, che hai voglia di non finire e trattenere tra le mani. Una saga familiare ambientata nella Lucania più arcaica ed essenziale dell’entroterra, in cui si snodano le vicende secolari e straordinarie di una famiglia costellata di innumerevoli personaggi: Don Francesco, Concetta, Albina, Candida, Colino, Mimmo, Alba e tanti altri ancora… Padri, madri, figli, ma soprattutto donne, con i loro amori, i loro sogni, le loro delusioni, la loro caparbietà. Colpisce la capacità della scrittrice di tracciare e annodare destini, l’ironia e la levità quasi surreale nel raccontare le avversità della vita in questo romanzo corale, fatto di gioie e di sofferenze, di amori e tradimenti... Ma soprattutto colpisce la forza che Mariolina Venezia ha di svelare e raccontare in sottofondo la storia di un paese del Sud nei suoi risvolti umani, sociali e nei suoi cambiamenti epocali. Un libro magico, ambientato in una terra “senza tempo” che non ha nulla da invidiare alle saghe della tradizione letteraria sud-americana. Intenso e appassionato, dinamico e lirico.
(Romanzo vincitore del Premio Campiello 2007)
by Maria Pina Ciancio

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9.8.07

 

Assunta Finiguerra. Scurije 

[poesia -37]

Chi nasce già segnate da u destine
adda avé a che ffà sembe cu turmiende
da sole adda affrunduà tembeste e viénde
e ssope o cuarre i vinde fenì abbuole

Amelje e Anne, Marine e Ssilvje
quanne venghe preparateme nu liétte
nde pozze dorme tranguille e aspette
u juorne d'u giudizzje aunite a vvuje

da te Silvje surella mia de gògne
na chicchere m'è dà de latte càvede
e zzucchere de canne a cumeglià re ffalde
d'u spìrete ribbelle e crocia noste

Amelje Amelje febbrare curte e amare
grane de luglje t'ha favuciuate decise
apprùndeme na mande de narcise
e nu decotte de màleve p'a tosse

A tti Anne suduarje de re nnéglje
n'appse aggia cercà e nu quaderne
nde ije scrive ca u puassagge a l'Inferne
è cume chennòce sale cu nu mutidde

Figlje de mamma Russje, tu Marine
cirche pe mé a re stelle nu cuanneliére
e ndò squarce ormaje raspende d'u core
arde si ng'è angòre n'eche de vite

Chi nasce già segnata dal destino / sempre avrà a che fare con il tormento / da sola affronterà tempeste e venti / e sul carro dei vinti finirà il volo // Amelia e Anna, Marina e Sylvia / quando verrò preparatemi un letto / dove possa dormir tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi // Da te Sylvia sorella mia di gogna / una chicchera vorrò di latte caldo / zucchero di canna a coprir le falde / dello spirito ribelle nostra croce // Amelia Amelia febbraro corto e amaro / grano di luglio ti falciò deciso / approntami una corte di narcisi / e un decotto di malva per la tosse // A te Anna sudario delle nebbie / un lapis chiederò e un quaderno / dov'io scriva che il passaggio all'Inferno / è come ingoiar sale con l'imbuto // Figlia di madre Russia, tu Marina / chiedi per me alle stelle un candelabro / e nello squarcio del cuore ormai scabro / brucia se c'è ancora eco di vita.

versi tratti da "Scurije" di Assunta Finiguerra
Ed. Lietocolle, 2005
ASSUNTA FINIGUERRA (nata a San Fele in provincia di Potenza, vive a Roma). E’ una poesia in dialetto lucano, dalla comunicabilità diretta e immediata quella di Scurije, legata al parlato, al respiro, alla cadenza della musica, al linguaggio della visione e del mito. Pulsa nelle vene e nelle tempie con l’ardore del fuoco sotto la cenere (“il fuoco dell’Inferno”), soffia e sbatte dentro l’otre scuro e cavo del petto, talvolta con ferocia corale, talvolta monocorde. Senza pudore, graffiando e scalfendo labirinti di solitudine, strappando fuori i demoni che la abitano. Contaminando. Identificando. Evocando. Plath, Cvetaeva, Achmatova, Rosselli “Amelia e Anna, Marina e Sylvia / quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla”.
Una poesia lavica, coraggiosa e forte “una estrema dichiarazione di vita alle porte della morte” –dichiara la poetessa di San Fele – “conforto al mio cuore in guerra per non avergli saputo dare il mondo”.

by Maria Pina Ciancio
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25.7.07

 

Luca Salvatore. Fumisteria ermeneutica 

[poesia -35]

A p p r e n d i s t a t o
Capite bene che chi ha mano lesta la usa
non solo per levarsi la lordura di dosso!
L.S.

Non trova posto un pagliaccio, il suo è fermento,
apprendistato. Occorre del talento, o quel che sia,
della crudeltà per sorprendere e dare godimento (1),
per abolire questa santa teologia e sana ortografia!


La sacca da sempre piegata ad una brama assetata
e al deliquio d’occhi viziati. Santificare l’ebbrezza,
che riduca questo basso mondo a dittatura spietata!
Il primo passo: nessuna morale di cui beneficiare…


Pensate davvero che di poesia possa farsi mestiere?
Per finire s’offra la visione e calici ampi da cui bere,
sbornia e sconcerto, un cuore da mettere alle strette,
in rime appena accennate e canti a sette della morte.
Vado verso il Nesso funebre e verso le cose stesse:


il solo passo! mi tengan in lor balia, in seno grosso.
Fate la predica agli ammassi che empion le rimesse,
a modo mio fingerò d’esser davvero… commosso!


1 […] la poesia è «la poesia assoluta, la poesia senza fede, la poesia senza speranza, la poesia fatta di parole che vengono messe insieme per affascinare» (I, 524). Dall’Introduzione, Gottfried Benn, Poesie Statiche, a cura di Giuliano Baioni, Giulio Einaudi Editore, p. XXXV.

***
A c q u e f o r t i

Nude insegne al neon scrutano
l’intero fruscio del mondo…
L.S. Rosemary Chicken Linguine


Le Caricature vengono ammassate in tronconi!
– Sia se dev’essere il Carnevale, le facce imbrattate,
il corteo con tutti i suoi saltimbanchi e buffoni.
Si cerca d’ingannare alla maniera dei più. Provate!


Arlecchino sempre chino sulla sedicesima parte
tira avanti la notte a forza di bere per star sveglio,
prepara la vendita al dettaglio, la rassegna d’arte.
Canta sospeso, non ha da fare niente di meglio.


Già due amori son morti. Già due sulla coscienza.
– Oggi m’accoppio su un bel tappeto doppio.
Ti verrò sopra. È il mio modo di godere pazienza!


È la mia data e i ministri lunari porteran fortuna.
– Ce n’andremo da amici fidati e sbronzi d’oppio
a goderci il gran spettacolo segreto sotto la luna.


***
P i e r r o t f u m i s t a
Per il compiersi della risolutezza suprema
serve una certa inclinazione all’ebbrezza
e soprattutto dei gran pasticci alla crema.
L.S.


Notte di gala e gran chiasso al ballo degli Impiccati
fan piroette e balzi quei roridi monconi ritorti
– do, mi, sol – allegri festanti ubriachi e sfangati
girano in tondo, davvero non pare sian morti!


Vino e cervello guasto canto, del lor Fattore la morte,
l’ultimo ideale sospiro e singhiozzo nel gozzo,
gancio pendente dal culo e braccia contratte ritorte:
“Io son Pierrot fumista di foriera morte scagnozzo!”

Solo professo l’ordire da Nesso e fianco d’Impero,
fiera farsa d’addobbo e inguantata sozzura,
insensato torpore in gola vibrante e sonoro.
Il mio è sarcasmo d’ubriaco, squarcio che non sutura.

Ho il cuore impotente all’amore e la bocca sporca.
Fantoccio e prodromo d’imbroglio a spessi catenacci
imbriglio la rima e faccio alla mia maniera scartafacci,
oltraggi al regale banchetto. Son pendaglio da forca!

Gran baccano di giga! Piegati ad un riposo straziante
quegli esuli ingrati tra piroette e balzi danno fondo
ai boccali, schiumando la bocca alla luna calante.
Non paion morti davvero girano e rigirano in tondo!

versi tratti Fumisteria ermeneutica di Luca Salvatore
Collana I lapislazzuli, Joker 2006


LUCA SALVATORE (è nato e vive a Potenza, nel 1978). E’ un libro dalla struttura solida e complessa Fumisteria ermeneutica e dalla lingua modulata su livelli tonali che si aprono a ventaglio su molteplici chiavi di lettura. Un libro per certi versi “duro”, “contro” che interpreta verità e finzione, attraverso la metafora del teatro e delle maschere.
“Benvenuti, pravi, alla fumisteria ermeneutica” recita l’autore in prima pagina “lasciate voi … ogni spettanza e bardata montura”.
E fin dalle prime pagine, nel semibuio della “scena”, cominciano ad apparire strane manifestazioni figurali, allucinanti presenze. Sono le maschere errabonde di Colombina, Arlecchino, Pierrot, Policinella… nel tentativo di interpretare se stesse -le loro verità!- e le loro “scenette” migliori. Uno spettacolo che si anima da dentro sotto fasci di luna e biancori di stelle.
Il copione che recitano aspetta voci e sguardi... forse quelli di uno spettatore incantato o di un bambino, di un poeta del nulla, ma “non trova posto un pagliaccio, il suo è fermento/ apprendistato”,nell’ansa degli spalti spiritelli scalzi danzano a fiera/ sanno che tutto recede e niente resta dai compendi,/ incuranti di tutto, al tempo che passa calan la visiera!”. "Fumisteria ermeneutica" è libro dagli accenti ruvidi e forti, a tratti irriverente, sicuramente da leggere e da rileggere, come è stato già detto, in cui non manca il coraggio della parola e un sano risvolto di ironia. Un lavoro, infine, in cui l’autore attraverso la metafora delle maschere, ci restituisce una poesia nel suo valore di segno puro e nell’autonomia del significante.
by Maria Pina Ciancio

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16.7.07

 

Teresa Armenti. Quotidiana/mente 

[poesia -34]

"Se fossi qui presente / la casa si riempirebbe
di strilli d'amore / e del terrazzo in fiore" (T.A.)

Nella mia nuova casa

I lampadari dell’ingresso?
Quelli son nati storti:
Uno pende a destra,
l’altro a sinistra.
Li faccio raddrizzare
ma non ci si riesce,
ritornan sempre come prima.
Vogliono farmi un po’ di compagnia.
La porta del bagno fa un rumore tremendo;
è facile capirlo:
è stata messa storta.
E il box della doccia?
Anch’esso un po’ di sguincio.
La chiave del portone
si gira al contrario.
E’ inutile dirlo:
la serratura è stata messa storta.

I quadri sono pendenti e con chiodi evidenti.
I tappeti sono obliqui.
Lo sportello in cucina
si storce in giù quando lo apri.
Il caminetto ha due lati obliqui.
E’ proprio uguale a me
quando cammino.
La porta della mia stanza da letto
per la furia del vento
ha il legno che fuoriesce.
Anche i dolci che preparo
vengono storti e con la gobba.
I cesti che ha fatto mio padre
usati per portariviste
tendono a torcersi.
E il cofano della legna?
Anch’esso non sta dritto.

Ci mancava il cane del mio vicino.
Cadendo s’è azzoppato
e quando mi vede
dimena la coda
e mi viene incontro
con la sua zampa rotta.

Io pure mi avvicino
col mio passo incerto
e l’accarezzo a lungo.

Le cose più vicine
per parlarmi d’amore
assumono anche loro
la mia posizione.

Sono circondata
d’affetto a dismisura.


versi tratti da "Quotidiana/mente" di Teresa Armenti
Romeo Porfidio Editore, Moliterno (PZ)

TERESA ARMENTI (è nata a Potenza e vive a Castelsaraceno in provincia di Potenza). Da una rilettura di Quotidiana/mente (1993) vi propongo questo bellissimo testo poetico di Teresa “La mia nuova casa” in cui la poesia torna ad essere una emanazione diretta del quotidiano, una estensione dell'uomo come essere vivente e pensante. C’è in questi versi la ricerca della poeticità del semplice, del non sublime, un raccontare caratterizzato da uno stile ironico e colloquiale, lontano da ogni sentimentalismo e da ogni retorica. Il messaggio è multiforme, ma è nel quotidiano della casa, negli oggetti di ogni giorno, che la poetessa riconosce e riscopre piccole verità, in un gioco costante di rimandi e associazioni di senso. Una levità giocosa e accogliente, che sottende la consapevole amarezza della solitudine e dell'incomunicabilità "sono circondata/ d'affetto a dismisura", ma anche il bisogno tutto umano di voler ristabilire il contatto spezzato con la vita, attraverso la parola e la sua vasta catena di significati ironici e simbolici.
by Maria Pina Ciancio

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1.7.07

 

Vito Viglioglia. Del silenzio e del fuoco 

[poesia -33]
Emersione
Di perle pallide, bagnate, sui ruvidi seni dell’ignoto,
s’induriscono come alghe al sole i capezzoli dell’incomprensione.

Immaginazioni,
come spirali sul ventre d’amore mi riconducono al colore.

***

Sono i viaggi parlati.
Sono i percorsi fantastici.
Dissonanze dello speaker nella stazione.

Dove sgorga il senso.
Dove i crocifissi suonano.
Dove sarà domani?

***

Il mio amore scivola nel fosso.
Il fondo è di niente.
Pensiero il mio.
Contro pensiero.

Il vento fra i rami come brezza che manca.
Le lune con i tacchi a spillo,
le lacrime rotte,
il tutto è in me come turbolenza.

***

Questo è il male che mi dai:
le tue parole vane,
il senso del mio amore che lascio svanire nella vita,
fra le cose che, mirabili,
semplicemente esistono.

Dio,
il tuo amore
e il cielo delle nuvole
mi hanno preso per mano fino al tramonto
per poi cedermi in sposo alla notte.

Palpebre di vuoto infuocato
Chiudono i miei occhi,
vedrà l’anima senza amore fatale.
Sempre berrò l’unico senso svanito.
Mai saprò vestirmi come in passato,
e chiuso me ne andrò sporco e sentirò i suoni della notte,
i tuoi suoni, Dio che mi allontani.


***

La fine è uno scalpo
Senza consolazione.
Rumore primordiale.
Frastuono.
Profuma di margherite che non ci sono.
Mi ami.
Sei andata via,
ma resti.

***


Velame

Rumori della notte,
nella musica c’è l’aria perenne
di chi si sveglia
con il grano tra gli occhi.
Sapore della carne, del movimento d’onda
che sovrasta.
Com’è fresca l’acqua senza solitudine
di volo.

versi tratti "Dal silenzio e dal fuoco” di Vito Viglioglia
stampato da S.t.e.s. Potenza, 2004
(immagine di Ettore Spalletti)


VITO VIGLIOGLIA (è nato a Melfi, studia Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli). "Del silenzio e del fuoco" è un’opera interessante, si legge in una successione delicata e ben tramata con un certo gusto per la domanda pronunciata e l’affermazione che attesta le tante, dolorose verità rifuggite per necessità d’inganno nel nostro percorso di vita. Anche di questo parla Viglioglia, di tutte le illusioni e dello svuotarsi dei sensi che portano allo smarrimento di sè, un paradosso che pure serve allo stesso disvelamento della verità ontologica, benché non appaia nella sua tormentata soluzione ma nella sua inevitabile comparsa. L’itinerario si svolge tra puntelli simbolici e reali appartenenti soprattutto alla natura; il silenzio e il fuoco stessi lo sono, aderenti ad un luogo, il Vulture, e ad uno stato di isolamento naturale e ricercato, in cui si richiama in modo costante e ossessivo Dio, onnipresente e incessante nella funzione Padre di amore assoluto e severo. In tutta l’opera sembra premere il fuoco dal basso del vulcano spento ma non morto in una tensione vertiginosa e condotta, così come il silenzio segna un perimetro di ricerca che potrebbe tradire all’improvviso la scoperta, la traccia, la morte che però “non è la fine ma l’attesa di una speranza”. Una poesia che s’appresta ad essere matura, particolarmente delicata e composita nell’intensità delle immagini, semplicemente sospesa in se stessa e nel tempo in cui si compie.

by Maria Luigia Iannotti

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17.6.07

 

Domenico Cipriano. Il continente perso 

[poesia -32]

Cercasi Conza N.I.

Dov’è la nostra storia
fatta di sassi, di volti anziani
vicini a portali di pietra.
Dov’è quella piazza popolata
da incoscienti sentimenti
coperti di neve,
come il vecchio campanile
che suonò per ultimo
quel giorno.

Dov’è il sogno
sul futuro inerte
che osavamo sfiorare dalle grate
guardando giù nella valle.
E quel bar
dove ritrovavi gli amici
che bambini
scazzottavano per gioco...

Cerco tutto questo
nel labirinto costruito
senz’anima
la New York dei poveri
il villaggio turistico del progresso
senza vita:
senza il permesso della Storia.

(14 settembre 1995)

*

Abbiate rispetto
di questi luoghi
dove la morte è illesa.
Amate il silenzio
del vento abbandonato
sconfitto e non arreso.

Dal Belvedere Belgio scruto
viadotti di periferia
rumorosi, sordi
ai richiami del vulcano
in sottosuolo, si sveglia
quando l’ombra cambia
coi rilessi della luna
e prega alle tenebre il perdono.

Tutto intorno sono pietre
congelate dalle incurie
si preparano a domani
per nuovi scavi impuri.

(Conza vecchia, 29 agosto 1998)

versi tratti da Domenico Cipriano, Il continente perso - Fermenti, Roma 2000
(Domenico Cipriano - foto di Eric Toccaceli)
DOMENICO CIPRIANO (è nato a Guardia Dei Lombardi nel 1970 e attualmente vive a Monteforte Irpino). Le due liriche “Cercasi Conza n. 1” e “Abbiate rispetto”, fanno parte della sezione Terra a novembre de "Il continente perso", una raccolta poetica dal linguaggio autentico e dalle trasparenze metaforiche, che si lega intimamente alla verità dell’esperienza e del vissuto.
E’ una poesia degli esterni quella che emerge in questi versi di Domenico Cipriano, dei paesi e delle comunità del nostro Sud, che diventano corpo, respiro e spazio dilatato di un viaggio in cui si cerca il prima e il dopo, ciò che è stato e ciò che era: alle pietre e ai ruderi si contrappongono scavi e nuove costruzioni, al silenzio i viadotti rumorosi costruiti “senza il permesso della Storia” e
in nome di quale progresso, si chiede il poeta? Ecco allora emergere forte una voce dialogante all’interno con la storia, all’esterno con noi stessi, in una geometria di silenzi e assenze, che ci restituisce la sacralità di spazi e luoghi, accarezzati col pudore degli occhi e delle parole
by Maria Pina Ciancio

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26.5.07

 

Beppe Salvia. Un solitario amore 

[poesia -31]

Un solitario amore
Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più
***
A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
***
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.
M’innamoro di cose lontane e vicine,
lavoro e sono rispettato, infine
anch’io ho trovato un leggero confine,
a questo mondo che non si può fuggire.
Forse scopriranno una nuova legge
universale, e altre cose e uomini
impareremo ad amare. Ma io ho nostalgia
delle cose impossibili, voglio tornare
indietro. Domani mi licenzio, e bevo
e vedo chimere e sento scomparire
lontane cose e vicine.
versi tratti da "Un solitario amore" di Beppe Salvia
Fandango Libri, 2006
BEPPE SALVIA (è nato a Potenza il 2 ottobre 1954 ed è scomparso prematuramente a Roma il 6 aprile del 1972). Un solitario amore è l'antologia poetica pubblicata da Fandango Editrice che a circa venti anni dalla morte del poeta raccoglie quasi per intero la sua produzione letteraria, composta da poesie inedite e tre raccolte pubblicate postume: Estate di Elisa Sansovino (Quaderni di Prato Pagano, Il Melograno-Abete Edizioni, 1985), Cuore (Cieli celesti, Rotundo, 1988), Elemosine Eleusine (Edizioni della Cometa, 1989). Quella di Beppe Salvia è una poesia giovane, ma che racchiude in quel dire compiuto chiaro e talvolta lieve, tutta la drammatica caducità e finitezza dell'esistenza. "La sua poesia -scrive Zanzotto- ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il cuore del mondo". Dietro ai suoi versi così disarmanti e ingenui, il riflesso di un "solitario" esistere, di un dolore "per le cose sognate", di una realtà vuota "di chimere", che come ha già detto qualcuno, forse "l'anima non può sostenere".
Su Radio3 Fahrenheit una poesia che Silvia Bre ha dedicato a Beppe Salvia.
by Maria Pina Ciancio

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13.5.07

 

Cinzia Zungolo. Sotto questa cenere 

[narrativa -9]



Il tratto che unisce passaggio a livello e incrocio dalla cartiera è alberi d'olivo, legati da due corde di muretti in pietra a secco. Le distesa, chilometri e chilometri di piante, è tagliata da una vena di catrame, la strada che stavano percorrendo. Brecciame, una cunetta, il prato dove posano i primi alberi, infine il grosso delle piante, sul drappo di reti di arancio, per la pesca delle olive quando è stagione. Gli oliveti sono d'africa, colore di tribù. Siedono in cinque o sei sui circoli di pietre e goodyear, dritte le donne, gli alberi contorti, capelli attorcigliati in code tortili e nerissime, i bulbi oculari giallastri e turgidi, due seni sulla faccia.
Stavano tagliando dritto, ora un proiettile di auto brucia contro il muro della cartiera dismessa. Le donne si sono voltate al botto. L'altra macchina ha sbandato, prima di affondare nella cunetta, il vetro impazzito in una ragnatela. Una figura curva è scappata in mezzo agli alberi e subito si è persa. Immobile, dallo scranno di collina, anche la città piccola ha visto.
Sono arrivato a martedì, seduto dove sono seduto, al bar dell'ospedale. Ieri era diverso. Ieri ero in ufficio, seduto come adesso, un piano di formica uguale, fettucce di spazi liberi e polvere davanti, c'è la tastiera, c'è il computer, ci sono le pile di fascicoli, c'è il tondo vuot intorno la bicchiere del Campari che ha un bordo di limore infilzato e gocciolante, passa il collega, sembra tirare dritto ai fatti suoi, invece torna indietro, si china, lo guarda, lo tira via con il pollice e l'indice, lo infila tra i denti. Succhiando va a chiudersi nella sua stanza. Dopo un pò fischietta. Si vede che l'ha sputato dentro il cestino, nel frattempo. Anche l'altro ieri era diverso. Domenica. (...)
(incipit del romanzo)
da "Sotto questa cenere" di Cinzia Zungolo
Collana "Tempora", Dario Flaccovio Editore, 2005
CINZIA ZUNGOLO (è nata nel 1963 a Potenza, attualmente vive e lavora a Verona). E’ un romanzo che viene dalla poesia “Sotto questa cenere” dallo stile pungente, brillantemente metaforico e dall’ampio ventaglio lessicale, illuminante e aperto a una moltitudine di significati. L’architettura del romanzo, oltre 400 pagine è complessa, tre storie si snodano parallele tra il celato e il non detto, si sfiorano, si riconoscono per assonanza talvolta, o associazione di senso. Quella del protagonista e Martina, di Gioia “zoppo fallito” e sua moglie Maria, della banda di Toro, Vito, Olindo, Recchia e gli altri. Tutti personaggi, uomini e donne in movimento verso qualcosa o qualcuno, al tempo stesso vittime e carnefici. Tutti sotto questa “cenere”. Tutti irrimediabilmente falliti e cronaca da giornali. Un romanzo difficile, poetico e spietato questo della Zungolo, stimolante per quello stile sfuggente e quella realtà solo apparentemente sfiorata da una scrittura sincopata che spezza continuamente il senso, spaesandolo, dislocarlo nella pagina in un'armonia di chiari e scuri e di ritmi che catturano e disorientano. “Nello scrivere mi faccio portare dal ritmo, dai suoni –dichiara l’autrice in una intervista- il lavoro sulla scrittura è per me almeno tanto indispensabile quanto, per uno scultore, quello sui materiali".
by Maria Pina Ciancio

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6.5.07

 

Domenico Brancale. Frantoi di luce 

[poesia -30]

I corpi sono isole nella luce. La solitudine è pienezza.

Non solo io ma pure in cielo qualcosa si rifugia nel volo. Lo strascico d'un lampo.

Sorpreso dal respiro di un raggio me ne andavo con l'dea fissa di doverci morire ancora mille volte sulla faccia della terra, prima di serrare una volta per tutte i nervi degli occhi al laccio della morte.

Il fiato di diecimila cammelli ha sorpreso il mio risveglio. E' già l'ora del flagello del sole.

Nella controra mi sega le braccia questo maledetto respiro che si stagna nei pensieri.

Tutto si fa cuore. La natura delle cose è il motivo di un'altra vita. La palpitazione. Non è forse questo lo sterminato sentiero dove il nostro spirito assediato dal desiderio vaga e sferza il fascio dei nervi.

Un uomo prima o poi si deve capacitare della propria esistenza.

Le voci mi sono così vicine, si stringono nelle braccia per sorreggere le mani che affrontano il pensiero.

Se non ci fossi più qui dentro di me vorrei essere dappertutto.

da Frantoi di luce di Domenico Brancale Hervé Bordas
Libro d'artista a turatura limitata
MAVIDA, Reggio Emilia 2006

DOMENICO BRANCALE (è nato nel 1976 a S. Arcangelo in provincia di Potenza e attualmente vive a Bologna). "I corpi sono isole nella luce..." colpisce la fisicità delle parole di Domenico Brancale, fatta di sangue e nervi, dallo scatto rapido e dal verso breve, dove i corpi e la carne sono attraversati dalla luce, sventrati e disfatti, e dove il desiderio di un contatto, di penetrare e possederere ogni cosa è struggente, perchè la "carne finisce sempre nella carne". Frantoi di luce è un'opera in cui è pressochè assente il buio e la notte "il peso del sonno è quasi nullo, si dorme per sfinimento" e si snoda tutta nel tenero tenero flagello della "luce", in quella lotta tra la vita e il laccio della morte, tamburata a ritmi frenetici fino allo sfinimento dei sensi, fin quando è il cuore che "ha bisogno di fermarsi".
by Maria Pina Ciancio

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25.4.07

 

Vincenzo D'Alessio. Versi di lotta e di passione 

[poesia -29]

"Noi siamo rimasti la turba / la turba dei pezzenti, / quelli che strappano ai padroni / le maschere coi denti
Rocco Scotellaro, Pozzanghera nera

Il corno da caccia suona
nella muraglia di nebbia
cani affamati dal secolo in pena
cercano fiere nelle ombre
furtive dei faggi secolari.
Ci duole il petto a sentirli
narrare della fatica quale
unico pane di quei giorni
i sassi tra le foglie affiorano
aguzzi al passo veloce.
Risento il dolore salire
nella pianta del piede le orme
saranno la scia nemica
degli orchi che migrano in cerca
della notte. Siamo vivi ancora
per poco davanti ai politici
che in coro massacrano
la terra ognissanti cede
qualcosa alla morte. Siamo
avanti ai torti alle energie rubate
al sogno disperato del bene
alla fretta che viene a cancellare
l'ora di tregua il terrore
che vuole la sua parte. Avanti!
gridano le acque dal suolo
all'ira che ci porta i timori
nella fuga abbiamo perso il cuore.

da Versi di lotta e di passione di Vincenzo D'Alessio
Edizioni Gruppo Culturale "F. Guarini, Montoro 2006
(disegno di Rocco Grieco)
VINCENZO D'ALESSIO (è nato a Solofra in provincia di Avellino nel 1950 e attualmente vive a Montoro Inferiore- AV). "Il corno e la caccia" è un testo che fa parte della raccolta Versi di lotta e di passione, un libro di poesia a vocazione civile che si apre con un frammento introduttivo di Rocco Scotellaro. A stabilire l'orizzonte ci sono luoghi e tempi del "resistere" e il resistere s'iscrive nei conflitti che oppongono parti in lotta, rispetto alle quali occorre schierarsi, dividersi riconoscersi "abbiamo un cuore di terra/ che respira da tempo ingiustizia/ si affanna scoprendo nel dilemma/ il vivere e il morire". Nei suoi testi è instancabile la denuncia all'ingiustizia, all'ignoranza, all'ipocrisia, al silenzio, il richiamo a stare dalla parte dei deboli e/o dei poveri, quelli di oggi come quelli di ieri, nell'attesa che "la Storia / riporti la morta libertà alla memoria". Si tratta dunque di versi di azione e di passione, seppure a tratti un pò ruvidi, a metà strada tra memoria individuale e memoria collettiva, attraversati da quella parola "eterna" che sopravvive al male e ti "appare ricca di vita".
by Maria Pina Ciancio
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18.4.07

 

Erminia Daeder. Spiavo 

[poesia -28]

Spiavo Matera ocra e silenziosa
il suo cuore fiero sotterraneo
gli ipogei severi.
La sua piazza sbilenca
cosparsa di vecchi
cotti nei visi, lenti nei passi, neri nell’abito.
Cadenzano
strascichi tronchi
le loro voci, le mani.
Spiavo la tua sorpresa
distratta dai vicoli in quiete.
E due occhi di bimba
la sua nera frangetta
la gonna corta bianca.
Sporgeva dall’uscio
tirando la tendina traforata.
Dietro un vecchio
disteso nel suo letto,
bianco di marmo il lenzuolo tirato al volto,
bianco stagnante l’odore di cera colata.
Santini,
in ritratti.
La cornice più spessa ferma
il sorriso maestoso d’un Padre.
Il letto è alto
in ferro battuto.
La luce bloccata dalle persiane si incunea
in tagli di calore.
Aspiro, una volta.
Trattengo, aspiro.
Tanfo marrone di bitume
mentre litanie ballonzolano ai piedi del letto.
Spiavo ogni sospiro della morte,
la sua pelle liscia.
Non ho nulla da chiedere, da rivelare.
So che la morte ha vetrate liquide.
E stalagmiti di luce.
Io non ho paura.
Spiavo la gioia d’un gioco d’amore.
Acciambellata al sole,
senza fretta,
senza scopo.
Mi tocchi
e so d’essere una,
senza fatica,
senza ragione.
La forza di un contorno
che traspare ma non soggioga.
Tienimi mentre mi accarezzi.
Se tremo,
ogni poro combacia con il tuo.
Tienimi,
perché ogni bacio mi strappa una radice.


(disegno di Rocco Grieco)

ERMINIA DAEDER (è nata a Taranto nel 1959 dove vive e lavora). "Spiavo Matera..." è una lirica di una densità espressiva e cromatica a tratti vertiginosa, che si contestualizza in uno spazio definibile e determinato. I versi si sgranano in un ventaglio di immagini orizzontali dal fuori al dentro, dall'altro al sè. Sanno dare sguardo alle emozioni ed essere insieme descrizione e narrazione di stati d'animo e di atmosfere talvolta nette, talvolta appena suggerite. Tutto in un fluire multiforme e cadenzato di attese e di ascolto, che conferisce al testo equilibrio, senza sottrarlo però ad emozioni e sensazioni forti. "Non ho nulla da chiedere, da rivelare" scrive con coraggio l'autrice in quesi suoi versi tutti tesi a quell'accordo tra amore umano e leggero amore degli elementi naturali, dove anche la dimensione del dolore e della morte sembrano dileguarsi e svanire, oppure sublimarsi in una dimensione accettata e accettabile dall'uomo e dalla natura.
by Maria Pina Ciancio

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12.4.07

 

Maria Pina Ciancio. Il gatto e la falena 

[poesia -28]

"Alla mia gente e ai miei luoghi discreti e imperfetti
che profumano a sera di malva e rosmarino"


STANZA 2211
Inciampo tra i fogli
pesanti e accartocciati
nella stanza
Una notte d’inchiostro
non basta a cambiare la vita
fino a ieri


IL POETA SCALZO
Sotto la luce nudo
spoglio come un melo
attraversato da rughe
verticali


STELLE DI SABBIA
È d’argilla
questa mia malinconia
che si asciuga
in fondo al cuore
dove ogni notte
traccio stelle di sabbia
sull’orlo (incerto)
dei calanchi


LA PAROLA PER RICOMINCIARE
Portatemi via tutto
(i sogni, l’anima, la felicità)
ma lasciatemi in segreto
la parola per ricominciare


IL GRIDO DELLO STORMO
Ora che il volo è basso
e il vento ferisce la terra
ora padre si disperde
a mezz’aria il grido
dello stormo


L’ECO DI CHI RESTA

Ad Eleonora, Luisa, Vincenzo, Mario e gli altri...
a quanti come me hanno creduto e amato il loro sacrificio di libertà


Il nostro grido ancora
su questo linguaggio muto
che ci fa martiri alle sponde
senza chiasso
Vene salmastre inghiottite
lungo terre d’argilla senza mare
Un grido ancora
L’eco di chi resta
(1799-1999)


A LUCA
Avrebbero dovuto darti
una porta aperta sul mondo
e non uno specchio
appeso al muro
per ricordarti ogni giorno
che la vita scorre (inesplorata)
sotto le tue stampelle


IL DESTINO DELLE PAROLE
Il destino delle parole
è morire senza storia
e senz’anima
schiacciate tra le pareti bianche
dei ricordi
dove riscrivo memorie
pregando senza saperlo


VERSO SUD
(...)

Mi arrendo alle parole
sui sentieri
battuti dall’inverno
ora che sale il giorno
e lo stormo prosegue
verso Sud


da Il gatto e la falena di Maria Pina Ciancio - Frammenti e Poesie scelte 1996-99
Illustrazioni di Cosimo Budetta, progetto grafico di Francesco De Rosa
Premio Parola di Donna 2003 - Tipografia l'Aquilone, Potenza 2007
(nella foto in alto Maria Pina Ciancio)


MARIA PINA CIANCIO (abita in Basilicata, dove vive e lavora). La raccolta Il gatto e la falena è un'opera che arricchisce e definisce, per certi versi, il percorso poetico di Maria Pina Ciancio e preannuncia un punto di svolta che vedrà evolvere la sua poesia nella già nota prosa poetica, dall'impianto sempre coraggiosamente lirico. Con questi versi perfetti e puliti, spogliati sulla pagina come l'ultimo frutto amaro di un viaggio sempre teso verso Sud, il frammento compie la sua funzione più estrema, lucida e a tratti psicoanalitica, traducendosi in una breve e rarefatta narrazione del vivere il mondo, il tempo e i luoghi con la prerogativa dell'essere donna. Poesia ancora una volta decisa, verticale, vertiginosa, potente come fuso magmatico che trova consistenza e approdo in pochi rocciosi versi. Nucleare e autentica gioca a completarsi con titoli che a volte hanno la funzione dell'arciere, altre quella del bersaglio, procede con metafore vive generate da un silenzio sacrale, capace di dare voce alle contraddizioni di un tempo, di una generazione sempre in bilico fra l'andare e il restare, di una cultura saggia e incosciente allo stesso tempo, che vorrebbe spiccare il volo come una falena nella notte sui calanchi d'estate o rincorrere la leggerezza sempre perduta come un gatto steso sotto ad un sole violento. Ancora una volta grumi di vita e di storie ancestrali ci giungono da quest'autrice, verso cui non resta altro da fare che porgere il nostro sguardo più attento e il nostro ascolto più intimo.

by Maria Luigia Iannotti

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30.3.07

 

Un anno di blog! 

[30.3.06/07]
Oggi LucaniArt festeggia un anno di vita con 156 post pubblicati, 20.000 visite e 34.000 pagine sfogliate. Un risultato che ci rende soddisfatti di questo lavoro sulla scrittura che portiamo avanti talvolta con fatica e sforzo, ma sempre con tanto entusiamo e serietà. Approfittiamo dell'occasione per ringraziare tutti i collaboratori e i tanti affezionati lettori che ci sostengono con con i loro interventi e gli incoraggiamenti continui. Mapi, Gigia e Ro

(disegno di Rocco Grieco)

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22.3.07

 

Mimmo Sammartino. Un canto clandestino saliva dall'abisso 

[narrativa -8]

I fiati di tutti gli inverni si erano dati appuntamento a mezzogiorno in uno spigolo di terra affacciato sull'acqua. Una spiaggia desolata mostrava le cicatrici dell'ultima mareggiata. Il 4 gennaio 1997 un vento tagliente scuoteva la noia di un sabato come tanti. Il paese stava ancora smaltendo, a sorsi di caffè amaro, gli eccessi dei recenti cenoni. I giorni di quel piccolo mondo erano obbligati, da tradizione e calendario, a negare la clemenza di un digiuno. Per buonaugurio e rituale auspicio di abbondanza. L'antidoto contro la nausea restava un cicchetto e il bisogno impellente di una boccata di vento di mare. Vento da catturare fino a sentirselo scivolare nel circuito elettrico delle vene. Vento da masticare per restituire impeto al sangue e leggerezza al respiro. Il 4 gennaio 1997 il ronzio di una radio frullava parole nell'aria sporca di sabbia.” (p. 13)

Da qualche tempo si parla di pesche straordinarie, mai avvenute prima. Si bisbigliava di pesche maledette. Gli uomini di mare si ripetono una domanda: “Quando finirà il maleficio?”. E un pescatore, dopo aver succhiato lunghe sorsate da un collo di bottiglia, aggrappato come un naufrago a una seggiola sbilenca, sprofondato nella tristezza dei vapori del bar, farfuglia parole in solitudine. E racconta. Racconta, con gli occhi gonfi di lacrime e acquavite, le sua struggente avventura:

Ho sentito un lamento
in mezzo alle onde
un lamento che ha reso più fioche
le nostre lampare.
Era forse il pianto della luna?
O era grido di stelle?
Erano angeli precipitati da lontane galassie
O demoni del mare
che davano sfogo a un antico dolore?
O forse era solo il vento che gemeva nella notte
ululando memorie di sangue e tradimenti
e il prezzo di ferite per un perduto amore?”
(p. 29)

Ciò che restava del corpo era un viso pressoché intatto. Sopravvissuto, chissà come, allo scempio del sale e dei pesci. E alle lame dei divergenti. Il resto era un groviglio viscoso di alghe e di fango: un tronco informe era tutto quello che rimaneva di ciò che doveva essere stato, un tempo, un uomo. Era coperto da due camicie, tre maglioni, due pantaloni. All’anulare della mano destra, un brillantino rosso suggeriva una promessa pronunciata chissà dove, e chissà chi.
Lo avevano tirato sulla barca con le reti. E fu subito orrore. I marinai sbiancarono. Qualcuno sentì lo stomaco salirgli negli occhi e fu preso da improvvisi conati. Qualcuno si inginocchiò e si segnò con la croce. Qualcuno pianse. Allora il capitano dell’imbarcazione si fece coraggio: afferrò quei brandelli umani e li scaraventò fra le onde.” (p. 67)
8Un canto clandestino saliva dall'abisso di Mimmo Sammartino
Collana Il divano, Sellerio, 2006


MIMMO SAMMARTINO (Giornalista e autore di testi di teatro). Un racconto poetico dal tono civile e dal sottofondo lirico definirei questo libro, l’autore stesso parla di una “trasfigurazione lirica di fatti realmente accaduti”. E i fatti sono quelli drammatici della cronaca sui clandestini, che ascoltiamo e riascoltiamo quotidianamente fino al loro oblio. Sammartino ci riporta con delicatezza e forza pari ad una corrente maestra all’analisi dettagliata di uno dei più disastrosi naufragi nel Mar Mediterraneo da i tempi della seconda guerra mondiale, quello del 25 dicembre del 1996 in cui 283 migranti persero la vita mentre venivano trasferiti da una vecchia imbarcazione su un peschereccio maltese. La narrazione è rapida e trascina fino all’ultima pagina senza ripensamenti. Si ha come l’impressione d’esser guidati da quelle voci rimaste sepolte in fondo al mare e che fino a ieri continuavano a premere dalle viscere di una civiltà smemorata. Sammartino ha aperto loro un varco, con coraggio e abilità nel dosare il mezzo della scrittura facendovi coesistere nel dentro un lirismo puro, dal ritmo armonico, con una narrazione fresca e agile a dispetto della gravità del tema trattato. Un libro interessante, che convince soprattutto per la bella passione civile che trasuda e suscita.
by Maria Luigia Iannotti

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11.3.07

 

Raffaele Nigro. Falene 

[poesie - 26]











M
’appaurene ste facce de cera
e st’ucchie ‘mbitt li marm;
me vote e me fazz nu pìzzeche
pe li sulc assupate d’ucchie.
Acchessì vi sete priparate
a cantarm u tedeum,
cu l’ucchie sturt
e la cera ca me fece appaura’,
come s’avess fatti e u dann
d crià la litanie
d lu sunn?
Ah come m’abbuisce na merl
Ind a sti sulc e sti cere,
come m port u iurn e la frescura
d’u uind e d l’aria a la matena.Facete pace, non so ie
curu galiota ca pensate.
Faceme pace
o cge faragge steso ind u tavìute
la nott d la cacazz
a guardarv ca vi sete sfatt
a guradarm ca me sfazz
chiane chiane?

Mi fanno paura queste facce di cera/ e questi occhi sui marmi;/ mi giro e mi faccio un pizzico/ per solchi assiepati di occhi./ Così mi aspettate?/ Così vi siete preparati/ a cantarmi il Tedeum/ con gli occhi storti/ e la cera che mi incute terrore, / come se avessi commesso io l’errore/ di creare la litania/ del sonno?/ Ah come mi fa risorgere una merla/ tra questi solchi e queste cere, /come mi porta il giorno e la frescura/ del vento e dell’aria alla mattina./ Facciamo pace, non sono io/ quel galeotto che pensate./ Facciamo pace/ o che farò steso nella bara,/ la notte della paura,/ a guardarvi, voi che vi siete sfatti/ a guardarmi mentre mi sfaccio/ piano piano?
(pag. 9)

***

Quann haveia venn u vosc a l’Inzite
la nott non durmei.
P quatt sold vinnei attaneme,
vinnei la casa ndo s’accuglievn
l’angile d la bona nova.
P fa fuchee fiamm condr lu cile
P’appiccià lu sunn d r cose passate.Pure la veta mei passava,
vnei da na part e m priparai a scì a n’aute,
ern li spird vnìute da u Gargane
li pezzind c’avevn fatt u Pìscele, Chiuchiare,
Valleverd e ca restavn sopa la terr
P nu cicine, na quartana, nu curtidd arruzzinìute.

Passavn tutt, cone nu uind
e s priparavn a part p quer'Amereche
ca mang Colomb sapei si ng'era
dopp l'Amereche.
[...]

Quando dovevo vendere il bosco dell’Insito,/ la notte non dormivo./ Per quattro soldi vendevo mio padre,/ vendevo la casa dove tornavano di notte/ gli angeli della buona nuova./ Per fare fuochi e fiamme contro il cielo,/ per accendere il sonno delle cose passate./ Anche la mia vita passava,/ venivo da una parte e mi preparavo ad andare verso un’altra, /erano gli spiriti venuti dal Gargano,/ i pezzenti che avevano costruito il Pisciolo, Chiuchiari,/ Valleverde e che restavano sulla terra/ grazie a un orcio, a una quartana, a un coltello arrugginito./ Passavano tutti come un vento,/ si preparavano a partire per quell'America/ che neppure Colombo sapeva se ci fosse/ oltre l'America [...] (pag.14 )

versi tratti da “Falene” di Raffaele Nigro
Nino Aragno Editore, Torino 2005


RAFFAELE NIGRO (nato a Melfi nel 1947 vive a Bari dove è caporedattore alla RAI). Fanno parte della collana “Licenze poetiche” le Falene di Raffale Nigro, una silloge in lingua lucana che ha il merito di svelarci l’altra faccia di un romanziere, l’anima nascosta, le sfumature interiori e le zone d’ombra, quelle più recondite e intime di uno scrittore che fin dagli anni settanta ha fatto della narrativa il suo cavallo di battaglia. Sono versi "notturni" che Nigro sigilla sotto il simbolo ambiguo delle “falene”, insetti che hanno abitudini generalmente notturne e che come tutte le sfingi evocano al crepuscolo presenze inquiete e talvolta sinistre. E questo libro è fatto di presenze e di assenze che si affollano e prorompono dalla pagina bianca, evocandoci storie, fatti, memorie. Presente e passato che si annodano, senso del disfacimento e della morte, ma anche affetti ancora intatti, e il sentimento che vince su tutto “non c’è bisogno di acqua/ cresce da solo il sentimento quando la radice/ è profonda”.
by Maria Pina Ciancio
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7.3.07

 

Lorenza Colicigno. Canzone lunga e terribile 

[poesia -25]

............................................................Esordio
Per Ester *
Ti cerco a tratti come un sogno, oggi,
più vero dei miei veri affanni quotidiani,
mentre bella, leggera governi
il tuo ultimo estremo volontario volo,
gazzella oltre gli steccati del sesso,
rondine oltre i monti impervi delle ideologie,
acrobata nell’universo, afferrata per sempre
al tuo sogno grande
di donna, di femmina che domina
il tuo progetto di vita,
fino all’estremo impatto con la morte.

Ti cerco -mentre riemergi con tutto l’impeto tuo,
di idee di scelte di parole di azioni come un turbine
benefico dentro la mia coscienza – nelle tue parole estreme,
enigma ultimo per me,
indago nel ricordo inquieto della tua voce
atonale, d’un’altra ormai,
saldo con profonda pena questa tua voce
-il tuo addio- anello
Solido alla catena solidale delle tante
innumerevoli voci di donne che scavano
la loro vita in un solco di solitudine
-consapevoli- per sé e per tutte.

Come un estremo dono ne raccolgo
l’eco, dentro il solco della mia dignità
di donna, di femmina che tenta
il dominio del suo progetto di vita.

Per te per tutte.

(Coro)

Siamo in porto Isabella
nessun poeta modella più poete.

*Ester Scardaccione, avvocata, Presidente della Commissione Pari Opportunità di Basilicata dal 1995 al 1997, anno della sua morte.

8 marzo 2007, a una donna per tutte le donne

Il testo "Per Ester" è tratto dalla silloge "Canzone lunga e terribile" di Lorenza Colicigno, Nemapress Editrice, 2003.
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17.2.07

 

John Giorno. Per risplendere devi bruciare 

[poesia -24]


C'era una volta
un gruppo
di amici
che si amava
tanto tanto,
fecero tutti
una promessa
e vita
dopo vita,
e dopo infinite
rinascite
e pratiche,
tutti
si resero conto
dell'assoluta
nullità,
cioè
la vera natura
della mente.

Erano
così felici
e contenti
che si misero
a ballare
e ballare,
e ballarono
e ballarono,
erano tanto felici
nello scioccante
riconoscimento
della nullità
e compassione,
continuarono
a ballare
ballare
e ballare,
fino a ballare via
tutta la loro carne
e pelle,
fin quando
non rimase
nulla
altro
che le ossa,
a ballare
nelle loro ossa,
a ballare
scheletri
scheletri ballanti.


John Giorno - Per risplendere devi bruciare
(traduzione di Stefano De Angelis)
Giunti Citylights, 2005


JOHN GIORNO (è nato negli anni trenta, vive a New York e recentemente ha scoperto di avere le sue radici familiari ad Aliano in Basilicata dove la Regione Basilicata ha pensato di realizzare una sorta di museo–laboratorio-biblioteca che raccolga la ricca produzione artistica del poeta americano). John Giorno è uno dei massimi esponenti della poesia trasgressiva della beat generation americana. Il suo più recente libro “ You got to burne to shine” Per Risplendere Devi Bruciare curato da Stefano de Angelis e Antonio Bertoli, è una raccolta di prose autobiografiche e poesie, per la prima volta tradotte in italiano. All’interno del libro sono ricordati i suoi compagni di percorso artistico, la storia della sua relazione con Andy Warhol, del suo animato incontro sessuale con Keith Haring e pensieri sull'interpretazione della morte nel Buddismo Tibetano nell'età dell'AIDS. Vediamo così scorrere un film sulla quotidianità, fatta di arte come di sesso e paradisi artificiali del gruppo composto da Warhol, Burroughs, Haring, Mapplethorpe (Elisabetta Beneforti). Una poesia robusta, diretta e che scotta, fatta per essere letta, raccontata e cantata.
by Maria Pina Ciancio

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5.2.07

 

Nunzio Festa. E una e una 

[poesia -23]


Alla gente/ di questo immondo mondo/ sperando/ che il tocco non sia vano
(Nunzio Festa)


E una e una

Quanto inutili fuochi di
artificio

E una e una
la foglia crollata mi imbroglia
prima della soglia
in disparte germoglia

e una e una
sulle macchie risorte
per il fuoco contorte
senza morte
purtroppo ridotte

e una e una
un sorriso rinato
su un prato in velluto
astuto
nel mare posato

e una e una
nella memoria indecente
la lotta insistente
non sente
l'ostacolo mente

e una e una
sale un magro odore
un libro scollato
un fiore raccolto

per ore e ore
scalpellano la fuga

e la inducono all'errore.


Gocce di fiori

Tre scalini squallidi
il respiro degli alberi
sei gocce di miele
e il resto è sentire

è sentire
la tosse dei fiori
un bagno di segni
sul ciglio
dei sapori

è sentire
leggero l'autunno
che pietoso
trascina
il piccolo affanno

è sentire
negli occhi e nella mente
due lagrime spente
sorridere tanto

È sentire

Che il dolore e l'odore
secchino al sole.



Il verso della pace

Il Verso della Pace
è un verso a rima baciata,
perché l'odore dei poveri
è la speranza dei liberi

Il Verso della Pace
è un verso a rima alternata,
perché dal fango e dalla pece
nasce una gioia riconquistata

Il Verso della Pace
è un verso a rima incrociata,
perché il vento che c'è l'ha donata
ha una forza stranamente creatrice

Il Verso della Pace
è un verso libero, perché,
chi libertà vuole, Pace
invoca.


versi tratti da "E una e una" di Nunzio Festa
Collana I gigli (poesia)
Montedit, 2004

NUNZIO FESTA è nato nel 1981 a Matera, ha cominciato a scrivere giovanissimo e nel 2004 ha pubblicato la sua prima silloge "E una e una". E' un verso che ha un andamento melodico e giocoso quello di Nunzio Festa, sostenuto dal piacere combinatorio delle parole e da una ricerca sillabica di rime interne e imperfette, di suoni allitterati che ne addolciscono il senso, frenandolo dal rischio di soluzioni banali, banalizzanti o troppo facili. Il gioco della rima è uno strumento che Nunzio Festa usa in maniera interessante e intelligente, che scansa la retorica con leggerezza ed ironia e gli consente di rielaborare, inventare e costruire musica e passioni, versi di pace, rumori di vita, sogni di galera, nuovi fiori spuntati da una gaia povertà.
by Maria Pina Ciancio

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24.1.07

 

Gennaro Grieco. Sequenze dell’accoglienza in terra 

[poesia -22]

... noi, / qui in basso, scriviamo / i nostri nomi mortali
. . ................................................................................ (Octavio Paz)
1.
Il viaggio è perché bisogna partire.
Convoglio sulla bocca del vulcano per sondare gli umori della terra,
per dare ascolto al sangue sulle spine.
Estremo gesto di una eterna malattia
come quella dei vecchi che hanno tutti la stessa mappa,
dovunque sul viso gli stessi solchi come le strade del tempo che passa,
come il tempo passato ad aspettare.
Perché si sappia, Gen, noi spendiamo la nostra voce ma
come i vecchi in eterno seduti lungo i muri della resa
noi siamo tutti questa atroce notte, l’arena e il volo a capofitto.
Siamo verde mattino poi ammasso della piena
(neve sciocca nell’acqua verso il mare).
Dapprima visi intabarrati e felici per la scoperta – siamo –
poi tutti disperati.

2.
Il dubbio, prima di partire,
sta lì accanto alla mappa in sorvegliata attesa.
Sta, metodologicamente; tarlo inquieto tormento dei millenni,
diffidenza in chiave di conoscenza.
Che fare di questo pianto nascosto?
delle risa costrette nella mimica conforme?
Togliemmo voce al patto di una storia esemplare,
scegliemmo un urlo inumano per dire di un’acqua avara
e di un cinico sole, per ingraziarci ciò che è se ci pare;
a turno spandemmo croci sui fumi della terra, e inopinati riscatti – poi –
sulle oramai sterminate ragioni.
Gesto propiziatorio è questa mano priva di aggettivi,
è il dito scarnificato che si agita
per una ripartenza.

3.
Questo sogno tremendo dell’armonia del mondo
per noi scimmie evolute col dono del linguaggio…
Può, la parola?, il canto piccato sulle spoglie?
La lunga querimonia che dal tempo ci viene
è memoria del sangue, perdio è la nostra storia!

Almeno stando al DNA, solo l’uno per cento ci affranca dalla liana.
Per genetica sorte, primato sui Primati è una onesta parola,
è dar nome alle cose: il silenzio ad Auschwitz,
sessant’anni oggi: neve e fumo dai comignoli.
27 gennaio 2005, Per non dimenticare
(disegno di Rocco Grieco)

Testo vincitore della IV Ediz. del Premio Nazionale di Poesia “Città di Sant ’ Anastasia” (Sant ’ Anastasia NA, 4 marzo 2006) e della VII Ediz. del Premio Nazionale di Poesia “Chiesetta del Monasterolo” (Brembio LO, 18 marzo 2006); nonché 2° premio “Etolia” (Castellaneta TA, 28 maggio 2005), 3° premio “Aldo Spallicci” (Castrocaro Terme FC, 24 settembre 2005), Premio Speciale “Anna Biella” (Mezzago MI, 22 maggio 2005), Finalista a “Il Lago Verde” (Casazza BG, 28 maggio 2006).
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14.1.07

 

Giovanni Di Lena. Non solo un grido 

[poesia -21]

Maturità

Bastano poche parole per capirsi
per abolire certe distanze insensate
e recidere la corda tesa ad oltranza.
Basta uno sguardo sincero
per smontare l’orgoglio fratricida.

Quando il sole tarda a sorgere
Il mio cuore non è felice.


Perdersi nel crepuscolo


Succede –Madre- che i tuoi figli
gridano la loro storia dai tetti delle case,
sfogano la loro rabbia sui precipizi autostradali,
posano le membra nel fantasma della voluttà.

Succede -Madre- che i tuoi figli
nella vastità dell’immenso
si sentano soli, piccoli, indifesi,
ed aspettino solo un sorriso
per liberarsi dalla paura.

Succede -Madre- che i tuoi figli si confondano,
non sappiano cosa fare,
dove andare
e si perdano nel crepuscolo
dolce e inebriante della sera…
e la mattina è tardi
per riabbracciarli.


Generazioni


Facciamo solo chiasso
nel susseguirsi delle stagioni.
Gonfiati di saggezza acerba
ci sarà difficile
aspettare giugno
per raccogliere i frutti.
A settembre
saranno vuoti gli stipi.


Il mio disagio

Non sempre
trovo parole al mio disagio
quando cedo
all’abilità della tua intelligenza
alla competenza della tua missione
all’inutile clamore
della mia insolenza

Si sbaglia: semplicemente!

Nella strenua corsa
di unire maglie slabbrate
alloggia la voglia
di allentare i fili
e perdersi nella sciatta convivenza
dove anche al grido d’Amore
sordo devi restare.


Tute sporche

Non perdiamoci.
Affrontiamo
con senso di giustizia
lotte e depressioni.

Non cediamo al ricatto.
Combattiamo le logiche sovrane
per difendere ogni giorno
la nostra vita.

Non abbagliamoci più
ai primi raggi del sole


i versi tratti da "Non solo un grido" di Giovanni di Lena
Ed. La Vallisa, Bari 2006

GIOVANNI DI LENA (è nato a Pisticci in provincia di Matera nel 1958, dove attualmente vive e lavora). Nella sua recente raccolta, Non solo un grido, ritornano i temi forti -civili e sociali- della sua poetica. Se da un lato la rabbia si è in qualche modo placata e i versi si sono come allungati e distesi, dall’altra la rimeditazione è piena ancora di slancio, di forza, di pensiero, delle esperienze di vita e della storia. E c’è la volontà purissima di denuncia, di ammonizione, di ragionamento, sia che i testi siano brevissimi, sia che abbiano un sviluppo più ampio. Serpeggia una bella omogeneità in questo nuovo lavoro di Di Lena, dove sempre, sia nei versi che lui stesso definisce “pubblici” sia in quelli “privati”, il discorso poetico ha una dimensione lucida, netta, esemplare.
by Maria Pina Ciancio

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7.1.07

 

Massimo Pallottino. Io aspetto nel buio 

[narrativa -7]











Quando udii lo squillo del telefono ero in un delizioso dormiveglia. Dovevo aver dormito sì e no cinque ore, senza accennare alcun movimento; l’idea di dover raggiungere il telefono in soggiorno e sollevare la cornetta non mi sfiorava neppure.
Le persiane della mia stanza da letto erano semiabbassate. La luce, filtrandovi come una nube leggera e slargando pian piano i suoi raggi, rischiarava una sola fila di mattonelle bianche, rilucenti ai bordi sui richiami floreali rosso tango. Girandomi verso il comodino riuscii ad inquadrare l’ora della sveglia: le sette e tre minuti. Questione di attimi. Sprofondai di nuovo a dormire e più tardi, appena sveglio, segnava già le otto.
Sollevandomi un poco sopra la testata del letto, guardai la mia immagine riflessa nello specchio quadrato dell’armadio di fronte. Sul comò di mogano addossato alla parete c’era il ritratto di Helen, la mia cagnetta che scorrazzava felice lungo la riva del mare di Forte dei Marmi – il disco rosso fuoco del sole, tramontando, svaniva lento all’orizzonte. Per qualche istante l’occhio mi cadde sull’altro ritratto sopra il comò, su quel viso angelico dai lineamenti delicati che portava lo stesso nome della cagnetta. Cercai di scacciarne il ricordo, riportando immediatamente lo sguardo sulla prima Helen.
Funzionava.
Quella mattina non l'avevo ancora sentita, non avevo cioè ancora udito i suoi passi leggeri, nè il suo abbaiare affettuoso da dietro la porta della camera per annunciarmi che un altro giorno era sorto già da un bel pò; dedussi che non si era ancora svegliata.
In pigiama me ne stavo seduto sul bordo del letto. Là fuori c'era la fuori c'era una nuova giornata: lunedì 5 settembre 2002.
Solo a pensarci...
Avrei portato la mia bestiola a passeggio in Piazza del Duomo, lo facevo sempre nelle belle mattinate di sole. Quella piazza era il luogo di Firenze che Helen amava di più; quando prendevamo a imboccare via de' Martelli leggevo nei suoi sguardi riconoscenti un affetto profondo e forse ineguagliabile. Helen scodinzolava felice. Talvolta riuscivamo a condividerla quella felicità.
(l'incipit del romanzo)

i Massimo Pallottino, Io aspetto nel buio,
Edizioni PeQuod 2006

MASSIMO PALLOTTINO (Rionero in Vulture, 1962). Un serial Killer che in due anni ha assassinato 10 donne tra i 37 e i 70 anni con tre colpi di pistola, due al cuore e uno alla fronte e che infine incide una “D” maiuscola con un coltello sotto l’ombelico della vittima. Un detective in pensione che colleziona monete antiche, che fuma la pipa ed è appassionato di Philip Morlow. Un uomo di sessantanove anni, Riccardo Conti, ricoverato in una clinica fiorentina, che vive con la cagnolina Helen e che si ritrova inconsapevolmente coinvolto nella trama dei misteriosi delitti. E poi tanti altri personaggi ancora in questo giallo-thriller di Massimo Pallottino Io aspetto nel buio, dal ritmo ora lento, ora rapido e serrato e dallo sviluppo labirintico e ambiguo. Riccardo Conti è il personaggio centrale intorno a cui ruotano tutti gli altri che appaiono sulla scena, ricompaiono, scompaiono, incluso il serial Killer. Tutti annodati tra loro da un misterioso filo conduttore: "Il codice della vita" e un’associazione Zen. Ambientato tra Roma e Firenze, è la sua prima pubblicazione, ma ciò che colpisce di questo esordiente di Rionero in Vulture è l'indagine minuziosa che fa della psicologica dei personaggi e la capacità, quasi maniacale e ossessiva, di registrazione-descrizione del particolare e dei dettagli.
by Maria Pina Ciancio
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20.12.06

 

LucaniArt Natale 2006 

[Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere -Pennac Daniel]


C
arissimi amici, vi proponiamo qualche idea per i vostri regali di Natale, suggerendovi i nomi di alcuni libri che abbiamo letto o che alcuni di voi ci hanno gentilmente segnalato, da condividere insieme. Per la narrativa vi consigliamo tre romanzi di scrittori lucani Mille anni che sto qui (2006) di Mariolina Venezia, Sahara Consilina (2004) di Vincenzo Corraro e Lago Negro (2005) di Andrea di Consoli. Agli appassionati di poesia segnaliamo invece questi due nuovi titoli, editi dalla LietoColle, Il mare dietro l'autostrada (2005) di Stafano Raimondi e Addio al decoro (2006) di Paola Loreto. Il libro L'adorazione del piede (2006) di Berarda Del Vecchio, esordiente lucana di Trecchina è rivolto invece agli appassionati di saggistica. Per la narrativa dell'infanzia segnaliamo infine due accattivanti libretti degli scrittori lucani Claudio Elliott e Gina Labriola: Storia dell'Iceberg che affondò il Titanic (2006) e Il diavolo nel presepe (2002).

Grazie infinite di seguirci in tanti. Buona lettura e buone feste a tutti da LucaniArt.

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15.12.06

 

Luciano Erba. Castelmezzano di Basilicata 

[poesia -20]

C’è un paese che appare dopo il tunnel
un miraggio di tetti e di case:
riveste il monte come una pagina
del mio vecchio album di francobolli.

Il paese spicca sul verde
sovrastato da una corona di rocce,
di scogli adunchi emersi sulla scarpata
forse per costruire un cammino di ronda.

Quando passa una nuvola bianca
nell’azzurro disoccupato
la pietra si veste di mistero.

C’è un paese assolato e assoluto
sospeso tra cielo e vallata
è Castelmezzano di Basilicata.

tratto da “Un po’ di repubblica” di Luciano Erba
(Collana Lyra) Interlinea edizioni, Novara 2005
(disegno di Rocco Grieco)

LUCIANO ERBA (Milano, 1922) Con il libro Un pò di repubblica il noto poeta milanese propone un'antologia delle sue poesie preferite aggiungendovi inediti e autografi. Una raccolta in cui rivivono i paesaggi lombardi, le donne, i colori, gli oggetti quotidiani cari a Luciano Erba: "Si passano le stagioni/ a scavare il tronco di un albero/ per preparare la piroga/ su cui c'imbarcheremo in autunno". Sfogliando tra le pagine, stupisce e compiace l'omaggio in versi che il poeta ha voluto fare alla nostra bella terra di Lucania. Grazie di cuore Luciano!
by Maria Pina Ciancio

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23.11.06

 

Rocco Saracino. Giorni irrevocabili 

[poesia -19]

Mi crederanno?

Non più strada. Non più terra.

Non più rive senza porto,
non cadaveri lungo l’orizzonte.
Sarà la patria la vela maestra:
ai compagni confesso l’addio,
ogni lettera un pianto.

Nella valle che domino a braccia aperte
sono stato signore e zappaterra.
Ho avuto sempre uno stendardo
conficcato sulla punta della lancia
ma oggi soltanto
ne scorgo i colori.

Non più sassi sulla mia strada:
ho un sole irripetibile,
conviene giocarlo bene.

Mi disse il fratello di sangue
che il cielo non ha ombra
nemmeno nei giorni di pioggia:
il fratello di latte negava
e intanto attizzava la brace
oltre montagne, arcobaleni.

Credo di poter mostrare a chiunque
che il getto del vulcano
riempie di sé il silenzio
e nulla può bastare.

Se sarò vivo è soltanto
perché qualcun altro
sarà morto.

E poi la terra girerà ancora
e nuove notti scorreranno
ma sarò qui
con folli come me
consumati
al mio fianco.

(4 febbraio 2005, h. 02.35 am.)

***

Sigillo

Ho firmato oggi il mio futuro.

Alla vita concessa
un’altra viene tolta.

Madre mia, perdona:
molte volte
giù dalle vie della fontana
ho lasciato consumare i tuoi piedi.

Perdona, o padre
perché mai esisterà vino
senza gocce di sudore:
protervo emetto giudizio
salvo poi arrendermi
dinanzi al fuoco che scalpita
e bere il tuo sangue
benignamente dannato.

Mi assolvo
per aver tradito
la mia stessa carne.

Se il torrente avrà piena
sarà perché ho fatto
ciò che avevo esattamente immaginato:
il vento a frantumare la corrente
e un foglio vergine
dove confessare in silenzio
peccato e redenzione.

(9 aprile 2005, h. 01.25)

versi tratti da "Giorni irrevocabili" di Rocco Saracino
Testo inedito, pubblicato per gentile concessione a LucaniArt
(Tutti i diritti sono riservati all'autore)

ROCCO SARACINO (è nato a Cancellara l'8 Agosto 1972 e vive ad Acerenza in provincia di Potenza). E’ ancora inedita la raccolta “Giorni Irrevocabili”, ma mi ha profondamente colpito la linfa vitale e creativa che attraversa la parola di questo giovane poeta lucano. Rocco Saracino è uno scrittore che come dice Bukowski “rende possibile /l'impossibile, scrivendo parole,/ scrivendole...” perché c’è la vita intera che scorre come un fiume, straripa, inonda e si ritrae nella consapevolezza dei suoi versi. Le sue parole sono immediate e fulminanti, fulminee. Illuminano percorsi, nazioni, culture, terre conosciute e dell’altrove. E in quel suo raccontare semplice e veloce, drammatico eppure arioso di metafore, c’è sempre la ricerca di una precisa musicalità, un respiro ampio di condanna e di assoluzione, di peccato e redenzione, di approdi e di derive. Un essere sempre in viaggio, lungo strade e terre attraversate e da attraversare. Sono belli da leggere i versi di Rocco Saracino, ma sono ancor più belli da rileggere, perché ad ogni passaggio si dipanano sfumature, intuizioni nuove e inaspettate tra le pieghe di quel respiro ampio e trattenuto.
by Maria Pina Ciancio

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12.11.06

 

Vincenzo Corraro. Sahara Consilina 

[narrativa -5]



E poi come Camus, cominciò a scrivere sui manifesti appesi ai muri le dieci parole per lui in assoluto più importanti su cui si potevano fondare le sacrosante verità del mondo. La gente si fermava, si raccoglieva in piazza a gruppetti, osservava anche infastidita, qualcuno lo pigliava per paccio e se la rideva di gusto. S’era portato da casa un secchio di pittura rossa e un pennello e dopo aver diluito con l’acquaragia nel fondo di una bottiglia di plastica un bel grumo di colore cominciò ad imbrattare, come una furia, tutto quello che gli veniva a tiro sulle pietre e i muretti del corso.
***

La porterò nella terra di mio nonno. La lentezza e il silenzio e il non detto sono un nostro scrupolo di decenza, colori e odori sono invece una provocazione. “Che bell’odore di malva” dirà lei. “Ma che cazzo è ‘sta malva, me lo spieghi?”. Non ci sarà risposta la malva non cresce dalle nostre parti. Poi darà voce alla mia coscienza impersonale e anonima e annoiata e sofferente per quella solita ricezione distorta e rancorosa dei fatti esterni, facendomi dire cose che tengo dentro per abitudine e fedeltà.
***

L’ottantanove, di novembre, in paese. Me lo ricordo quasi uguale a quest’anno di nuovo secolo, ora che infilo a uno a uno, terza-seconda, i bivi per tornare a casa e nell’aria tiepida, col sole in faccia, abbasso i vetri per sentire l’odore bello forte di frasca d’ulivo bruciacchiata che i contadini ammucchiano accanto alle cunette per fare pulizia dopo la raccolta. L’ottantanove cadeva il Muro, a novembre la gente scappava ancora, ci diceva la televisione, e Carmen La sorella in diretta da Berlino appuntiva le labbra a culo di gallina per fare la voce calda e diplomatica e raccontarci, notes in mano, tutta commossa gli storici eventi, l’euforia dilagante: spunti infiniti per i temi d’italiano d’impegno e attualità, quelli che s’azzecchi i nomi dei ministri degli esteri e le trame politiche, gli accordi e la lettura utopica del fatto, ti ruota di certo il giudizio attorno al notevole spirito critico dell’alunno, che inchioda la massa al contenuto, attinto al temario sberciato sotto al banco.
Vincenzo Corraro, Sahara Consilina
Edizioni Palomar, Bari 2004
VINCENZO CORRARO (Viggianello, 1974) Ecco un bel romanzo! Sahara Consilina l'ho letto con l’entusiasmo di un’adolescente, animata e incoraggiata da un talento schietto, capace di coinvolgere appieno sin dalle prime pagine… Un romanzo ricco di verità, quotidianità, dialetti, odori e inerzie ataviche di questa terra. La storia è ben strutturata e sorretta abilmente per duecentosettanta pagine dall’autore e all’interno si avvicendano conflitti etici, azioni contrapposte da una diversa sostanza di pensiero che le muove. Ne viene fuori una realtà attuale lacerata, tra un bisogno di rivoluzione culturale a cui un gruppo di giovani laureati fuori sede dà sfogo, costituendo una lista per le elezioni comunali del loro paese e un pensiero dominante assimilato, indotto, inconsapevole in gran parte che però fa la “maggioranza”. Tutti fattori che popolano e caratterizzano la cultura lucana da sempre e che in questo romanzo vengono riletti in chiave contemporanea. Corraro capovolge la prospettiva narrante, non parla da escluso, da emigrante, ma da partecipe e complice. Non c’è retorica né compiacenza tra queste pagine, ancor meno giudizio, ma c’è il respiro del lucano di oggi, con ritmi e abitudini, reticenze e pensieri, slanci e rese. Un vero graffito reale fatto di privato, viaggi, cultura, libri, musica, ritorni che disorientano e feriscono, ma che per una volta almeno, di fronte alla prepotenza incolta del potere, non hanno trovato scampo nel disimpegno o nel compromesso.
by Maria Luigia Iannotti

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1.11.06

 

Felice Di Giacomo. Muti pensieri 

[poesia -18]


Smarrimento

Gioco di pensiero
nell’incerto mistero della vita
perso nel vuoto dell’infinito,
uragano nel cuore
ed onda gigantesca annienta la mente;
volare tra le stelle
con braccia serrate e adagiarsi
su un prato di luce
per perdere i volti degli umani
che volano superbi
tra i soffi di Dio raccontati
in momenti vissuti di Venere antica
e mosaici di vite perdute
tra false musiche stonate
spaziando di qua di là con la mente.

***

Suono

Tenere veglie notti con te
vivo il calare del giorno
di serali nuovo salire nel buio
sulle cime d’ombrose foreste,
mi fermo con te nel tempo.

Il silenzio appare più chiaro
non ci sono parole a far rumore
c’è il suono perfetto di te, amore mio.

***

Mattino lucano

Già nasce un nuovo giorno
si stendono a macchie informi
grosse pesanti nubi minacciose
per un cielo vasto e chiaro:
sulla collina un nibbio vola basso
scrutando con stridìo la preda;
tutt’intorno in questo spazio
non si ode che forte silenzio.


***

Pensiero

Brucia il cuore l’Amore
purifica la vita più silente;
Amore è caldo abbraccio
è fuoco di vita, uragano
sgombro da affanni
in fondo all’adorato silenzio.


Versi tratti da "Muti pensieri" di Felice Di Giacomo
Collana di Poesia Contemporanea "Vento Cardinale"
Prefazione di Daniele Giancane
Ed. Pugliesi, 2006

FELICE DI GIACOMO (vive a Nemoli in Basilicata). “Muti pensieri” l’ultima fatica letteraria di Felice Di Giacomo, noto poeta lucano è un’opera delicata e intensa. Il verso è attraversato da una sostanza poetica quasi elegiaca capace di produrre un dettato limpido ma interamente permeato da un elevato senso di mistero che crea una tensione unitaria tra i tanti frammenti estemporanei dell’opera che sembrano proiettarsi costantemente verso un approdo divino. Il mondo, la realtà, il tangibile, sembrerebbero ad una superficiale prima lettura elementi estranei alla poesia di Di Giacomo, ma è l’aspetto di negazione, di rifiuto, di voluta esclusione della purezza riconquistata dall’interazione con questi fattori che bisogna analizzare. E allora attraverso i muti pensieri leggeremo non solo la preghiera sgranata tra i grani naturali che spiegano la certezza del tempo, ma anche e soprattutto il grido di un’esistenza tormentata dalla crudezza della vita, dalla contemporaneità, dalle insistenti dissolvenze. La ricerca che ritma l’intera poetica di Di Giacomo e che in questa raccolta in modo particolare puntella e scandisce le fasi di un itinerario interiore sofferto, sembra tradurre un viaggio alla ricerca di un se stesso più autentico, un originario nucleo interiore in cui ricostruire la propria storia personale e spirituale, un fulcro da cui tenere fuori quanto di tossico e dannoso produce la modernità.
by Maria Luigia Iannotti

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21.10.06

 

William Stabile. Contrappunti e Tre Poesie Creole 

[poesia -16]

Risorgerò

Risorgerò tra tre anni o tre secoli
tra raffiche di grandine nel mese di giugno
(Sinisgalli)

Anche io, Leonardo,
e mi ritroverai tra i fogli
dove la pagina non regge la modernità del classatore (1)
dove frana sull’inaspettato e,
pensiero macerato e sconosciuto…

Io, così, risorgerò me stesso
Tra le righe del non detto:
una ( ) parentesi
di vita.

Soffice orma
di cuscinetto lupesco
nella rena mi ritroverai

nella pagina antiaccademica e senza Nome,
libero dall’Eco libresco della Rosa
mi infilerò scivolando come goccia d’acqua
a raccontare il solco nella mano fresca di un nego: (2)
la selvaggia forza della verità
di un mattino nel Pantanal. (3)

Ai sopravvissuti
farò inalare le ceneri di Stockwell. (4)
Che sapore ha la bugia?
Domani passerò, voglio provarla.

(Ora, Juca Mulato non cisma più) (5)

… ti traghetterò via con me
Ian Blair (6)

su quella sponda opposta, in ginocchio
tra rami, fogliame e terra umida
-che alcuni chiamano verità-
Annuserai la tua menzogna
dissolversi in una nuvola d’acqua;
si spaccherà dalla tua fronte la vena sorgente
-indaco del Rio delle Amazzoni.


Dalla tua orbite sgorgherà acqua nei salotti;
dal thè che bevi da tazze di alpacca
salteranno fuori botos rosa
a danzare forrò (7)

Io, così, risorgerò…
sarò il grumo di sangue
sul polso della tua manica.

Risorgerò…
e sarò senza colpa
pura goccia di sudore
sulla tua fronte sudicia.

I tempi di Juca Mulato sono finiti!
(parole di Jean mentre risale le scale di Stockwell)

Scritta in memoria di Jean Chermes de Menez
ragazzo brasiliano innocente ucciso dalla polizia.


Note


1 - Parola di origine sconosciuta che utilizzano nel cantone svizzero italiano per indicare le cartelle dove si contengono fogli.
2 - nego, variante brasiliana di negro.
3 - Zona paludosa e selvaggia al confine tra Brasile e Bolivia.
4 - Stazione del Metro di Londra dove è stato ucciso Jean Charles de Menezes.
5 - Personaggio tipico della letteratura brasiliana, contadino mulatto e sognatore, dello scrittore Menotti del Picchia. Cisma può essere tradotto come fantasticare.
6 - Capo della Metropolitana Police di Londra.
7 - I botos sono delfini di fiume di colo rosa del bacino dell’Ammazzonia. Il forrò, invece, è una tipica musica brasiliana che si balla con ritmo sincopato.
Versi tratti da Contrappunti e Tre Poesie Creole di William Stabile
(Prefazione di Vincenzo D'Alessio)
Fara Editrice, 2006
(disegno di Rocco Grieco)
GUGLIEMO (WILLIAM) STABILE è nato a Milano nel 1973, ha vissuto a Lodi, Lanciano, Salerno e dal 1998, a fasi alterne, vive a Londra. Contrappunti è la sua opera prima, un libro prosastico e lirico. Una sillage dagli accenni ai canoni classici, un viaggio fatto di partenze e ritorni in cui si avvicendano terre e spazi ora reali ora immaginari. Una scrittura dal linguaggio netto ed esemplare, sia nelle incertezze delle sconfitte, sia negli scatti ideali; un linguaggio magico seppure talvolta oscuro, fatto di un codice lessicale vasto e ampio, “cosmopolita” direi. "Risorgerò" è uno dei testi della raccolta in cui l'autore invoca e racconta l'Odissea del ritorno, la faticosa discesa agli inferi dell'esule, verso la patria-terra promessa. E lo fa rivolgendosi alla compiutezza letteraria e alla “musa” poetica di Leonardo Sinisgalli, un pò come in una Divina Cammedia, attraverso un raccontare che è fatto di immagini folgoranti, intuizioni, ironia e visionarietà, alla maniera di Ezra Pound nei Canti Postumi. Da un lato la parola ancorata alla realtà, dall’altra libera alla visionarietà, a tratti labirintica, ma sempre ricchissima di figure del linguaggio, estremamente sperimentale e varia.
by Maria Pina Ciancio

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8.10.06

 

Gina Labriola. Storie del pappagallo 

[poesia -15]

Un sogno rubato

Mi trovavo sempre, come un’intrusa,
nel sogno degli altri,
e mai nel mio.

Avviluppata nel sudario del giorno,
aspettavo che lo specchio della sera
riflettesse l’altra mia faccia,
quella nascosta e segreta,
ma la notte era tersa, trasparente,
senza foglie d’argento
per riflettere i sogni.

Seppi, poi,
che c’era in giro un ladro di sogni.
Si appostava sulla riva del dormiveglia
nascosto dietro un cuscino
o in una piega delle coperte.

Appena vedeva un bel sogno, una chimera,
affiorare alla superficie della memoria,
« Zac! » lo uncinava con un arpione
e in una gabbietta se lo portava via.

Poi, un giorno, trovai,
appeso ad un candelabro di stagno,
tra un quadro senza cornice,
e una cornice senza quadro,
un sogno tarlato, tutto floscio,
non so bene se
al mercato delle pulci dei sogni,
o a quello dei sogni delle pulci.

Un sogno polveroso,
irriconoscibile, ormai,
fuori moda, fuori tempo:
era il mio.
Lo comprai a metà prezzo.
Me lo misi sulla camicia ;
La notte ebbi gli incubi.

Sognai di essere una pulce.

(da Favole o quasi, pag. 35)

***

Ricordi di piedi

Affinchè non rammentasse, il tuo piede,
quelle dita
che rammendavano calzini
ricamandati sulla punta dell'alluce
o sulla rotondità dei talloni
tante parole d'amore,
che chiudevi nelle scarpe al mattino,
buttavi via tutti i calzini
della tua vita di prima.

Ti foderavo le scarpe
di endecasillabi,
ripiegavo un sonetto
nel fazoletto da naso.

Com'ero felice,
quando arrivò lo starnuto!

Ma tu mi hai detto:
'Che cavolo è? Questa cosa
vischiosa!'

'Un pò di colonia...'

'Un'altra volta, perbacco,
comprala almeno
di marca migliore!'

(da Bason d'un corps, p.52)

Versi tratti da "Le storie del pappagallo" di Gina Labriola
Collana Oro, Edizioni ArteEuropa, Roma 2006

GINA LABRIOLA è nata a Chiaromonte in provincia di Potenza e vive a Parigi. Le due poesie selezionate, fanno parte della nuova edizione del libro Storie del Pappagallo, silloge uscita nel 2003 e recentemente rivisitata e ampliata dalla casa Editrice ArtEuropa di Roma. La novità più rilevante del testo è da rintracciare nella nuova pregevole edizione tipografica, nella ricomposizione dell'impianto strutturale e nei nuovi inserimenti poetici, editi e soprattutto inediti, tratti dalle raccolte poetiche Istanti d'amore ibernato, Alveare di specchi, In uno specchio la fenice (tutte pubblicate per le Edizioni Laterza). In quest'ultimo lavoro, restano immutati i temi del passato, la Labriola ironizza sulla vita quotidiana, sul ruolo della poesia e dei poeti, sull’amore, sulla gelosia, sui tradimenti, sul sociale, ma questa seconda edizione si caratterizza in modo più determinanante per una vena provocatoria e dissacratoria nei confronti del maschio. A volte lo fa scopertamente, in modo pungente e sarcastico, a volte (come nei suoi versi più recenti) utilizzando la maschera della parodia, delle filastrocche, dell'antinomia. Un espediente che le consente di sdrammatizzare “il privato” e di ironizzare e autoironizzare su se stessa, giocando con una scrittura che si riempie di connotati favolistici, surreali e fortemente suggestivi.

by Maria Pina Ciancio
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3.10.06

 

Mango. Nel malamente mondo non ti trovo 

[poesia-15]


Sa di fuliggine

Sa di fuliggine quel vespro d’ottobre
e di castagne sulla brace
il tuo bacio.

Nascere su di te
fenicottero di palude dal rosa accennato
e morirne poi di te
forestiero e complice.
E’ il tuo calcagno
radice del mio universo,
sostegno e vittima sul mio petto,
lasciato in pasto al desiderio del seno tuo,
turgido e grave d’amore per me.

Sa di fuliggine quel vespro d’ottobre
e di castagne sulla brace
il tuo bacio.

***

Nel malamente mondo non ti trovo

Ti guardo,
più invecchio e più ti guardo.
Gli occhi son matite su di te
a catturare il tuo profilo,
dai sobborghi del collo,
al seno in trasparenza,
a farne “Sindone” sul mio lenzuolo,
carezzar la schiena d’olio su velluto.
Fino a saturare il desiderio.

Dormire l’attimo e giurar l’eterno,
sottovalutar l’inesattezza.
Non giustificar giudizi e giudici
d’affanno e non di fede,
d’inganno e non di lode.
Ma tu non tartassarmi di concetti e scrupoli.
Non abituarmi al niente,
se sai che ne ho bisogno
come rumore al tuono ed incertezza al dubbio.

Ed io ti guardo,
più invecchio e più ti guardo.
Gli occhi son matite su di te
a catturar il tuo profilo
Nel malamente mondo non ti trovo
e Dio solo sa quanto lottai per questo.


***

Mi piace

Mi piace togliere la scorza dai tuoi baci
e poi mangiarne il frutto.
A volte qualche spina
rimane sulla punta delle dita
ma è ancor più bello quando tu non riesci,
con pazienza, a toglier quelle spine,
recuperando ai baci quelle dita.

versi tratti da "Nel malamente mondo non ti trovo" di Mango
Edizioni Pendagron 2004


MANGO Sono versi d’amore quelli che compongono la prima raccolta di Mango, noto cantautore di Lagonegro (Pz). Il titolo Nel malamente mondo non ti trovo è già sintesi di un conflitto, presente come un vento inquieto in tutta la raccolta, tra un universo interiore fatto di sentimenti profondi e rari ed una realtà circostante ingannevole, avversa e svuotata. C’è tutto un mondo antico in questi versi, che l’autore recupera con garbo e leggerezza, filtrandolo attraverso un linguaggio delicato ed efficace in cui passione verso un’unione amorosa e ritorno ad una fonte ancestrale di senso coesistono nell’intera opera. Versi carichi di musicalità che traggono ispirazione dal mondo poetico del cantautore. La Lucania ne viene fuori intatta, con tutto un carico di verità antica, che l’autore sembra recuperare di tanto in tanto quasi a corredare insieme alle bellissime foto di Gianluca Simoni una vita fatta di cose comuni eppur così straordinarie nel canto di un artista che sa dare dignità ad ogni moto: dall’approdo esclusivo alla saggezza dell’amore, alla guerra dichiarata dei sensi, al disvelamento del dolore per l’assenza, al bisogno di ripercorrere la propria storia e alla volontà di segnare tra traiettorie di nuvole linee concrete di futuro…
by Maria Luigia Iannotti

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24.9.06

 

Luciana Gravina. M'attondo il giorno 

[poesia -14]


M’attondo il giorno

Potrei mettere in conto anche questo,
anzi metterlo in tondo questo giorno a casa,
cento di questi no, ma a tondo mi viene
bene. Ne annodo le punte sul fuoco,

gli stiro le cocche nel mese, sul fuoco e nel fumo
respinto dal vento sui panni abbozzo al tranello
di marzo, sforcicchio il camino. Poi

mi rimetto in cammino, anzi sur le chemin
de fer, col giorno a tondo in testa e il fumo
dentro la veste, col giorno in carta
stagnola e finchè il sole ritaglia sul mare

onde ondine indette bavose, che clikko
dal mio chemin de fer, il giorno mi attendo,
gli aggiusto le ore per metterlo a conto.

(Per flauto e oboe, p. 32)



1.

Lucente fu l’inizio a favola infinita
(voglia di ciglia piena) un’avventura
d’aria che a naufragio e di sabbia
e mare a mare aggiunga.

Linea di monti a lingua bianca e grigia
toccarmi duna e volo
adagio avanza a mano lago fatta
gabbiano d’acqua scura e vento.

Elle libeccio a luce a lento a lassa
(lasciate ogni speranza voi…?)
larga sagoma d’aria, d’arnia, d’astri.

L’astro a distanza do orizzonte ceda
ad ali ferme a nuca bassa passo
di passo forte calco

(I sonetti imperfetti del mio amore, 38)


Acqua di pelle scalza

Acqua di pelle scalza ora questo
lento di ventre e gravido risveglio
bimba-mattina schiocco di giornata
muri di prati e di verdi giganti.

La pazienza è un letale asso tinnante
accidia alla mia porta, nervo offeso.
smemoriarla là, la scorza della spocchia
tra bussola e piramidi, là, sblablarla.

Domenica di luce balza agli angoli,
scricchiola sui segnali. Alla tua mano
nutre rabbia e pazienza, alla mia spalla

sfianca il nero. Qui l’aria è tiepida
sposta il limite, accende altre avventure
alla partita persa, al miracolo.

(Intermezzi, p. 46)

Versi tratti da "M'attondo il giorno" di Luciana Gravina
(Collana di poesia "Il pane, le rose, le spine" diretta da Natale Antonio Rossi)
Edizioni ArtEuropa, Roma 2003
LUCIANA GRAVINA è nata a Buonabitacolo in provincia di Salerno, ha vissuto in Lucania per più di vent’anni e attualmente vive Roma. Nel tessuto della poesia di Luciana Gravina, pulsano i fili di un’eclettica cultura che si dispiega e si dipana in un gioco di intersezioni, rimandi, opposizioni, che avviluppano e catturano il lettore in un vortice di stordimento in cui spesso “la parola –come lei stessa scrive – non è accolta dall’orecchio, ma le sbatte contro e cade sulla pelle, perché è bene che entri dalla pelle e dai pori e che sbattendo faccia pelle d’oca”. Concettosa, difficile, talvolta inafferrabile e oscura, come lo è la vita e l’essenza profonda dell’esistere, la Gravina porta nei suoi scritti tutto un vasto esperienziale conscio e inconscio di donna-poeta, e tenta attraverso l’antisintassi e la deformazione della parola, il recupero della parola stessa nei suoi connotati primordiali e originari. Si rintraccia tra i versi di M’attondo il giorno un rifiuto dall’ovvio e della staticità: la sua poesia è magmatica e in movimento, aperta ad associazioni di senso e a soluzioni sempre nuove, vertiginose e mai scontate.
by Maria Pina Ciancio

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18.9.06

 

Biagio Russo. Il pezzo della salute 

[poesia -13]

Vecchi d’inverno

Le acacie infilano i rami
tra le nuvole dell’orizzonte.
S’aggruppano per resistere
alle folate della tramontana
che ha già scacciato dalla piazza
le foglie vecchie e i vecchi.

Vecchi ora
nelle case vecchie e buie
piegati sul calore con le palme aperte
a bruciare sul calore con le palme aperte
a bruciare lo sguardo
come legna secca
tra il brusio delle fiamme.

Nei mesi invernali, il furore degli elementi sgombra la piazza, riappropriandosene. La vecchiezza non si oppone al corso delle stagioni, ma si piega, rintanandosi in tuguri dove l’unica luce è quella farneticante del fuoco. Per compagnia una disperazione infinita.

***

Zi Rocco

Zi Rocco pisciava
nei portoni e negli angoli
della piazza

Sul ballaturo di Arturo
mimava col bastone
tarantelle e oscenità.

Non era mai solo zi Rocco:
sfotteva quando
nessuno lo sfotteva.

E a chi gli ricordava la morte
lanciava insieme al bastone
bestemmie e maledizioni.

Ci sono personaggi che vivono la piazza simbolicamente, diventano parte di essa, della sua prospettiva, della sua storia. Chi immagina la piazza non può non considerare le acacie, le panchine, le facciate… e questi personaggi un po’ strani, allegri o saturnini, ritualmente maniacali. Vivono la piazza come un’estensione della propria casa. Innati attori che recitano sul più vasto proscenio che la collettività ha messo loro a disposizione.
E si muovono con il senso dello spettacolo. Non c’è cosa che accada in piazza che non li veda protagonisti, o indiretti e partecipi osservatori. Vederli al di fuori della piazza, in rioni “lontani” decine di metri, è sconvolgente.
A non vederli in piazza si fa finta di preoccuparsi.

***

Il vino di marzo

A Marzo la botte del vicino
non ha più spillato vino.
Per questo moglie e figlia
dall’alito colpevole
sono state massacrate.

Sciagurate per tre giorni e tre notti
hanno ululato nella stalla
sedute digiune
su due ciocchi di quercia.

Hanno bevuto a labbra strette
l’insipido latte di mia madre
scesa a mattutino
sulle punte.

Le case del centro storico hanno enormi muri comuni. Grandi orecchie di pietra levigata dalla fuliggine delle urla e dal vapore dei gemiti. Si condividono il fuoco e il sole. Si condividono l’amore e l’odio.

Versi tratti da "Il pezzo della salute"
Poesie (antropologiche) di Biagio Russo
Editrice Ermes, Potenza 2005


BIAGIO RUSSO (1962) è nato e vive a Spinoso in Val D’Agri. Il pezzo della salute è un libro originale, una raccolta poetica che curva verso la prosa e a cui ci si affeziona col tempo, come accade con i volti, i nomi, le strade di paese, i sedili di pietra all’aria aperta. Bozzetti asciutti e stringati, talvolta frammenti, sono accompagnati a piè pagina da brevi e illuminanti didascalie, che l’autore definisce “note antropologiche”. I suoi versi si nutrono di un immaginario collettivo (popolare) senza tempo, raccolgono gesti, consuetudini, atmosfere di strade, di bar e piazze di paese. E sul filo del tempo scorrono storie di ieri e di oggi, di personaggi visti, ascoltati, vissuti, e tra i gesti (che diventano riti) scorrono in sottofondo consapevolezze, odio, rabbia, amore, talvolta rassegnazione. “Il paese è un fiume immobile” recita uno dei suoi versi e da quell’apparente vita silenziosa, emerge lo sguardo e la voce dell’autore che con linguaggio talvolta crudo e singolare, tagliente come una lama da squarto, colpisce forte nel profondo, rende partecipi, e si imprime con la potenza e la forza dell'incisione.
by Maria Pina Ciancio
> Compar Vittorio in Lucaniart Voci - Scritture Clandestine
> Biagio Russo vince il "San Fele 2006" in LucaniArt News

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10.9.06

 

Mariano Lizzadro. Versi contro 

[poesia -12]

Poetando

L’ironia amara è un’arma degli sconfitti
che hanno piedi stanchi di volare.
La tristezza traballa dagli occhi del tempo,
di questo tempo ma cambierà.

Quando amore e solitudine ci rubarono:
cuore, tempo e scarpe da ginnastica,
incominciammo ad indurire le nostre vite,
ed a sperare in mondi migliori.

Il tempo cronologico, diverso da quello dell’animo,
restituisce sputando-le sentenze di morte e nitroglicerina
prima emesse unanimemente.

La fretta è un’arma per stupidi
che hanno mani da roditori,
consumano avidamente il tempo e nulla cambia.


Poesia non esiste

Non si può parlare di noi stessi.
Penne, fogli e voglia sempre ed ovunque.
La poesia è approssimazione, si descrivono momenti:
brevi illuminazioni, fuori oscurità.

Esistono posacenere, utensili, scatoloni,
e magliette zozze a mo’ di stracci, con le loro anime.
Esistono paure di tutto, perdono colore,
odore e suono, in microcosmi alati d’infinità.

E vorrei volare infarcito di vaniglia,
e se fossi un musicista, se un perfetto studente e se un idiota,
e forse la voglia di cacciare questo miasma che si ha dentro,
ma la poesia no, non esiste.


Numerica

Tre depressioni, tre divinità, tre amori, tre spasmi,
tre bastioni, tre affinità, tre cuori, tre miasmi.
Tre è l’animo mio, senza casa, patria o dio, tre è la vita,
tre gatti, tre fatti, tre è la forza della vita.

Quattro morti, tre amori, due perdersi, un’anarchia.
Sette volte vidi sei luoghi e cinque volte ne fui felice.
E nuovamente, quattro morti, tre amori infelici,
due volte che mi persi e una sola anarchia, la mia.

i versi tratti da "Parole Contro" di Mariano Lizzadro
Quaderni di Scriptavolant, Potenza


MARIANO LIZZADRO appartiene alla generazione degli anni settanta, ed è nato a Potenza dove risiede. La poesia di Lizzadro vive di un’affamata energia ed è in movimento verso quella prosa in cui i versi si allungano in ampie sequele di azioni e narrazioni. Parole contro è la sua seconda raccolta, ed è attraversata da uno sguardo che si muove rapidissimo, che spalanca senza riserve spazio, tempo, senso dell’esistere, che osa associazioni di senso, che fa trattenere il respiro per poi distenderlo al largo. Parole Contro ha una scrittura caleidoscopica che tende allo smontaggio della trama e dei concetti attraverso ripetizioni di suoni, talvolta insistenti (assonanze, consonanze, allitterazioni) per indagarli, trattenerli, poi trasfigurarli e ricomporli. A tratti angolosi e ruvidi, i suoi versi sono in stretto rapporto con la “musica”, pieni e densi di sentimenti, di affetti, di vissuto, di un’eticità autentica. Un punto di vista originale quello di Lizzadro, una ricerca ora affannosa ora giocosa di qualcosa che è al fuori o dentro di sé. Forse un senso. Forse una direzione.
by Maria Pina Ciancio

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30.7.06

 

LucaniArt Estate 2006 


Un caro saluto a tutti gli affezionati del nostro blog,
ci rivedremo a settembre con tante belle novità...
Mapi, Gigia e Ro

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23.7.06

 

Gennaro Grieco. Le Trentadue Ottave 

[poesia -11]

"Il morso a ritroso alla terra"

Non più, quando terra chiama cielo
e insieme
esangui si arrotolano, si accoppiano
-sappiamo una o più storie bastarde
[e i giochi della bestia-
e annullano l’etico spessore dell’ascesa,
lo spazio-tramite della speranza.
Non più.
Solo fatui fuocherelli ai crocicchi
o moine focomeliche in resistenza
: per senso del dovere –chissà!-
o semplicemente residui d’inerzia.
(Il fuoco, 18 aprile 1994)

***

Le altalene, le ingegnose altalene
d’atmosfere sognanti,
hanno oziose trame di consuetudine,
polvere di stelle arse in ricaduta.
Disdegnando la terra,
disegnano le ascese;
poi a ritroso le cancellano –senza
celesti ricavi da un cielo minimo
(Il dondo-lamento, 9 gennaio 1995)

***

Stiracchiarsi sul cordolo.
E mangiucchiarsi a spilluzzico le unghie.

Smollare gli essudati, i punti neri,
molare un silenzio, mortificarlo.
E per scene ripetute, fingendosi.
Abitare un silenzio
e con avidità mortificarlo.
E per scene ripetute, fingendosi.
(La gente, 26 giugno 1994)

***

Ma un brodo povero, appena pacifero
come la paglietta inclinata in fronte
-il sole è di un solstizio alquanto pieno
e il riscatto si trova in cose poche
come lavarsi le mani a una fonte.

O sarà sempre un alibi l’ortica
per disdegnare il nitore di un’acqua,
sminuirne il sollievo sulla ferita?

Neppur vale nascondersi la sete
se sul ventre della terra è il riflesso
e dall’esito dipende la quiete.
(Il riscatto, 21 giugno 1994)

***

Nella nominazione della morte
io ti vedo, e ne prendo le misure.
Per dove piace, da qualunque luogo
io, terra, voglio conoscerti tutta,
seguendo attento ogni piccolo solco.
Di te voglio impregnarmi pelle e scarpe
: per cogliere in contropiede la sorte
sapendo già i rigori della notte

(La tattica, 26 giugno 1994)

versi tratti da “Le trentadue Ottave” di Gennaro Grieco
Il fiore nella roccia (Collezione di Scritture) - Torino 2004

GENNARO GRIECO è nato nel 1953 a Rionero in Vulture e dal 1973 vive a Torino. Ha una lunga storia di “parole” e di “vita” la poesia di Gennaro Grieco. Trentadue ottave e altri otto versi variamente strutturati compongono la sua ultima silloge, un libro “esistenziale” e provocatorio per certi versi, in cui lo sguardo si staglia lucido e attento su approdi e consapevolezze e si affila tagliente e ironico su inganni e ingiustizie, per prenderne le misure, calcolarne distanze e vicinanze “senza distrarsi al bivio” con mano sapiente di artigiano (come è fortemente palese nei versi di La tattica). Accettazione, rifiuto, sberleffo, voglia di vivere e contaminarsi con e per le cose che contano, in Grieco tutto passa attraverso il rigore della ragione. Tutto è filtrato da un linguaggio magmatico e interiore, dallo scatto dinamico che procede per provocazioni, dubbi, domande senza risposta che innervano il tessuto poetico, e da una sintassi complessa, stilisticamente tradizionale e studiata, sia quando si muove su un piano più prosastico, sia quando il verso si distende aprendosi al gioco allitterato della rima, dell’assonanza e dell’ironia più giocosa e beffarda.
by Maria Pina Ciancio

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11.7.06

 

Christian Raimo. Ricorrenze 

[Narrativa -6]

“Che noi siamo il colloquio e la nebbia”

Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mio padre e mia madre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del Nord America, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. Le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente, e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge così inaspettate che definirla nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso.

Si scherza, Lucio mi ha telefonato ieri mattina e mi ha riassunto i motivi per cui vive: ci sono due grandi concerti a metà marzo, e allora bisogna informarsi, lo zelo e l’acribia necessitano, prepararsi per uscite all’alba, prima dell’alba, le tende, e le botte, e la lotta accanita per riuscire a prendere i biglietti. Occorre appropinquarsi all’estasi, già ora, mi ha detto. Ripetere a se stessi la gioia estatica delle note che sentiremo, bearci delle possibilità molteplici delle esecuzioni. Dirsi grandioso, grandioso, senza smettere, neanche nel sonno.

Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo. Che devi fare e basta. E Roma, bisognava prendere e andare, prima partivamo e prima ci toglievamo il pensiero. Fatto così mio padre, dava poche spiegazioni anche a se stesso, come se fino a una certa età ne avesse dovute, e ora, a trentanove anni, ne fosse completamente esentato. Rispetto ai suoi amici, pochi, di Potenza, che erano uno lo specchio dell’altro, il suo traguardo personale, che condivideva solo con noi, era riuscire a distinguersi, far sì che anche il suo corpo, anche la sua pronuncia non avessero nulla più a che fare con quei posti in cui noi eravamo nati e stavamo crescendo. Per me piccolo, e forse anche per mio fratello, mio padre era una figura misteriosa, che tendeva ad avvolgere se stesso in una sorta di mito fatto in casa con le sue mani. Cercava di plasmarsi addosso la figura dell’eroe, del matto del villaggio, del patriota, del pirata, e inclinava in questo modo verso delle forme personalissime di idealismo.

Le pompe funebri, per mio padre, erano la vera missione dell’uomo. Aver cura dei morti, stare a contatto con il dolore e il disfacimento, con la morte che non si spiega, era la maniera migliore per avere a che fare con la verità. Questo aveva spiegato a me e mio fratello fin da quando eravamo bambini. Dovevamo stare in ufficio con lui. In attesa delle chiamate. Dovevamo passare lunghi pomeriggi, in questo stato innaturale, aspettando che qualcuno chiamasse per scongiurare la noia, e scongiurando che non chiamasse nessuno, tentando di prendere confidenza con la noia. In questa attesa riscaldata da una stufa elettrica che mio padre voleva che tenessimo sempre al massimo, mio fratello guardava me che stavo lì a guardare un televisorino in bianco e nero dove si riuscivano a prendere solo i primi due canali della Rai. E io guardavo lui che faceva i compiti per tutti e due. L’agenzia, anche nel ricordo di bambino, era un posto piccolo, diciotto, venti metri quadri al massimo, e c’era spazio per una lampada sola messa su una scrivania striminzita attaccata al muro. Così ci eravamo divisi i turni per studiare, e cominciava lui per primo; ma alla fine, visto che i compiti che ci toccavano erano gli stessi, io mi adattavo a quello che aveva scritto lui, temi compresi: quello che riuscivo a fare era soltanto una rielaborazione neanche troppo impegnata di quello che mio fratello mi lasciava in bella vista sulla scrivania. Era una specie di accordo sottinteso o di abitudine o di amore fraterno.

da "Latte" di Christian Raimo
Minimum Fax, 2001

CRISTIAN RAIMO (Roma, 1975). In “Ricorrenze” come del resto in tutti i racconti di Raimo il presente dialoga con la memoria e sembra quasi interrogarla in un tempo costante di ricerca di senso, significati, risposte… I racconti di Raimo ricchi di immagini, fatti, dialoghi, pensieri e tempi vivono nella coerenza lucida di un presente parlato e pensato insieme, pervaso da un senso di incompiutezza esistenziale che trova di volta in volta soluzioni temporanee anche se il tutto si svolge con modalità che non sembrano mai assumere i connotati tragici…Un bel libro Latte che risale al 2001 con cui Raimo consulente della collana Nichel della Minimum Fax si è consegnato per la prima volta al pubblico, dove non si risparmia e ci racconta di una generazione di giovani complessa che sembra voler contraddire i tanti stereotipi degli ultimi anni. Non è lucano Raimo e non so quanto ci sia di vero sulla fuga da Potenza che narra nel primo racconto, ma di certo appare verosimile il bisogno di un adolescente di desiderare altre mete e altri spazi al di là del resistente provincialismo per affermare la sua voglia di libertà, un desiderio confermato dai tanti racconti della raccolta che non passa mai attraverso il trionfalismo dei personaggi narrati ma sempre rigorosamente attraverso le fragilità e i complessi tipici dei giovani di oggi che lo scrittore fa rivivere in essi… Un libro che appassiona per schiettezza e tenerezza, che affascina per la rara riflessività a cui invita quando quasi senza accorgercene ci troviamo a vagare insoddisfatti e curiosi sul terreno di una trasposizione della realtà fra le più autentiche e probabili prodotte negli ultimi anni da un giovane…
by Maria Luigia Iannotti

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2.7.06

 

Lorenzo Caschetta. Carta annonaria 

[poesia -10]

Buio di Lucania
a Rocco Scotellaro


Il buio è questo lupo immenso
che annusa chino
sui monti i boschi il cuore e sulla terra intera,
che annusa dal principio
per primo.

Fra il Vulture e il Pollino loricato
assedia la sua preda di luce,
siano bagliori dagli abitatio
fari d’auto lampi sbriciolati.

E mi sento in cammino
un orologio nel taschino di Lucania
oltre l’ora del cane.

E mi distraggo al bivio
se per contrade d’angoscia
o per un tratto non battuto d’esser vivo.


Lepre

I tuoi occhi lepri sulla neve
aperti a fior di dubbio
chiedono un dono non un’esca.

Vorrei portarti un fiore certo
un gesto solo che mi sopravviva
se non vorrai fermarti o se vorrai
che mi descriva ai tuoi pensieri.

Qualcosa come l’acqua quando ghiaccia
nell’esattezza del cristallo.


Distanza

Addenti un frutto nel suo gusto esatto
l’oliva sa di oliva senza dubbio
non vira dalle sue promesse.
A giudicare da questa presenza illune
Non avvicineresti mai la bocca alla mia faccia
di pane impolverato, d’acqua rugginosa.
Ti ritrarresti invece con disgusto
e un’elemosina di scusa.
Non voglio risalire la tua stima
altro dalla foggia che mi danno,
trattieni pure fame e sete
dallo stereotipo cui ti rivolgi.


Il parassita

lo comodo figlio di un vitto e alloggio
voglio essere gettato sulla strada
come la piccola medusa di uno sputo,
ma nessuno mi caccerà di casa
neppure li tenterà
la mia vita ingiustificata.
Se procuro loro una tosse dolce
cucino silenzio e fumo
eterno rovescio della medaglia
non li stanca il mio nome il mio sangue
non li sfianca l'affetto
non li ammanta la rabbia.

versi tratti da “Carta annonaria” di Lorenzo Caschetta

LietoColle Editrice, 2005
(foto di Lorenzo Caschetta)

LORENZO CASCHETTA (Modena, 1975) Non è lucano questo giovanissimo poeta alla prima sua pubblicazione, ma nei suoi versi c’è una traccia filigranata della nostra Lucania. Terra forse non solo letta e studiata, ma anche attraversata e vissuta. Il riferimento è forte nella poesia “Buio di Lucania” sia perchè dedicata al poeta contadino di Tricarico Rocco Scotellaro, sia per la ricorrenza dei tòpos, il buio, i lupi, le contrade e per i richiami toponomastici del Pollino e del Vulture nella seconda strofa. La poesia è stata pubblicata su Lo Specchio della Stampa nel gennaio del 2000, successivamente è stata inserita nel volume Carta Annonaria silloge vincitrice del "Concorso LietoColle Opera Prima 2004". Della sua poetica Maurizio Cucchi scrive: “Legato all’esempio di Scotellaro ne riprende le risorse di energia dirompente all’interno di forme controllate e composte, che sanno d’improvviso rivelare momenti di asprezza”. Caschetta è un poeta giovane, ma già dai risvolti maturi, dal linguaggio personalissimo e dai versi autonomi, caratterizzati da un lirismo senza abbandono e da una concezione anche civile della poesia, per quell’incalzare, dirompere, provocare su tematiche che fanno riferimento al sociale.
by Maria Pina Ciancio

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25.6.06

 

Mauro Savino. Benedizione selvaggia 

[poesia -9]


VISIONE

Conosco le lande desolate
dove i corvi straziano le spalle dei viandanti.
Dove il sole è imbalsamato.
Dove le labbra si torcono d’indifferenza
e nelle orecchie sibilano notti mostruose.
Dove le gambe sono deboli.
Dove, lontano da tutto
non resta che impazzire
per tutte le Bellezze sprecate.


RESURREZIONE

Siete mai morti nel fragore delle strade?
Quando i palazzi spariscono
in burroni di catrame
insieme alle nostre miserie?
E le musiche che anglicano l’anima
e l’impasto delle risate infantili
e gli uccelli-piuma
e tutte le crudeltà eclissano
e ogni vita è nuova.


E SOGNAMMO…

E sognammo i nostri piccoli mondi
e cerchi da rubare all’infanzia
e risate di mezzanotte.

E gli occhi a cui raccontare
di fiori notturni,
di biciclette tra le nuvole,
quando una malinconia di seta
fa brillare tutto.

E le strade infinite
dei ballerini di luna.

E le mani di pioggia.

E i gabbiani.

Versi tratti da "Benedizione selvaggia" di Mauro Savino
(Collana Nuove Voci) Edizioni Il Filo, Roma 2005


MAURO SAVINO (Tricarico, 1976). Sono versi molto originali quelli che compongono l’ultima raccolta Benedizione selvaggia di Mauro Savino, aggressivi, brucianti e coraggiosi. Potremmo definirli “versi della negatività” ma tutt’altro che negativi, persuasi come sono dal bisogno di assecondare un destino che investe e scruta il fondo di ogni male fino a fondersi con esso e a far scomparire i contorni del tempo, della storia, del presente. Condannando il verso alla disgregazione di ogni cosa che vive, che respira e che vorrebbe divenire volto, nome… Non sono versi nati per aggraziare se stessi e il mondo, essi assecondano un processo di erosione dei dogmi abusati e trasudano un dinamismo esistenziale, tanto da apparire quasi catartici, manifestando l’ardore di un forse inconsapevole desiderio di futuro, di superamento degli inganni ideologici e dei vuoti di identità da sostanziare attraverso la pratica spietata dell’identificazione con ciò che è indefinito e doloroso, con ciò che va supposto, ricordato per esser fronteggiato e conosciuto come un male insospettabile, oscuro e sempre in agguato, pronto a colpire ad ogni angolo la mano curiosa e fragile di un poeta.

by
Maria Luigia Iannotti

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18.6.06

 

Leonardo Sinisgalli. L'albero bianco 

[Narrativa -5]

Quanto mi rimane di C* e dei primi lunghi pianti al passaggio dei carri, dietro le inferriate del cortile, vorrei dirvi in un soffio, il tempo di uno sbadiglio o di un fischio. Chi mi accompagnò nel primo viaggio non era mio padre.
Dentro la carrozza (che portava di agosto la neve nei sacchi, conservata come carbone nelle fosse coperte di neve marce: la stessa carrozza saliva sotto gli abeti, portava mia nonna a mille metri di altezza lungo la rotabile, i giorni delle grandi gite familiari in montagna, quando in casa non restavano neppure i servi, e venivano fin lassù coi canestri carichi di stoviglie), stretti dentro il mantice d’incerata, stavamo Silvestro ed io ai lati del parroco, che aveva ceduto alle insistenze delle nostre mamme e si offriva di accompagnarci in collegio la prima volta.
Con le tasche piene do confetti (avevo atteso un anno quel viaggio, era stato il mio incubo e dovevo crescere, convincere mia madre che poteva lasciarmi solo per un tempo che, in carrozza quella mattina, sentivo sarebbe durato tutta tutta la vita: non ero andato più a scuola, avevo perduto i miei compagni che s’erano sparsi per i campi e nelle fornaci, più grandi e con la sorte già così chiara, mentre io, io…) partimmo, attraversammo il fiume, ci allontanammo dal confine della provincia.
(Io dico qualche volta per celia che sono morto a nove anni, dico a voi amici che il ponte sull’Agri crollò un’ora dopo il nostro transito; mi convinco sempre più che tutto quanto mi è accaduto dopo di allora non mi appartiene, io sento di non aderire che con indifferenza al mio destino, alla spinta del vento, al verde al rosso. Io so che la morte arriva all’ora prescritta; non è un’ingiuria, non è un sopruso: io so di essere stato tradito per tutta la vita uscendo fuori dalle mie dolci mura, io che ero innamorato di carte e di stampe, ch’era nato senza appetiti, senza fiamme nella testa e volevo semplicemente perire dentro la mia aria. Forse siamo pochi a lamentarci di non saper più trovare una patria fuori dalle nostre colline).
Poi non ricordo più. Mi pare che i due ragazzi si svegliarono alle due ali della camerata. Io e Silvestro ci trovammo nelle ore di ricreazione ad asciugarci le lacrime con lo stesso fazzoletto, a spaccare le melagrane che avevamo portato dal paese. Non ci si vide più quando il gelo rese impraticabile il cortile. Ci incontravamo qualche volta in fila lungo i corridoi che portavano alla cappella. Seppi che era stato prescelto tra gli allievi della scuola di canto, che egli era uno dei piccoli serventi in camice bianco che reggevano i ceri per tutta la durata della messa, e che sarebbe andato via da C* per seguire il noviziato, come mi scrisse più tardi mia madre, ma senza conforto per me che non avevo ancora risposto alla voce del Signore. (pp. 37-39)

da "L’albero bianco" di Leonardo Sinisgalli
(a cura di Rosetta Maglione e Antonio Vaccaro)
Edizioni Osanna Venosa, 1999
(disegno di Rocco Grieco)


LEONARDO SINISGALLI (nato a Montemurro in Basilicata il 9 marzo 1908, è scomparso a Roma il 31 gennaio del 1981). Matematico, poeta, narratore, Leonardo Sinisgalli fu uomo sfaccettato e poliedrico che diede alle stampe oltre che numerosi libri di poesia, anche diversi libri in prosa. Alcune delle sue pagine più belle, tratte da Belliboschi, Un disegno di Scipione e altri racconti, Fiori pari, fiori dispari, sono state raccolte, dopo la sua scomparsa, in questo prezioso e agile volumetto edito da Osanna Venosa. Si tratta di scritti risalenti agli anni ’70 in cui l’autore affronta un’opera di scavo “alla ricerca del tempo perduto” nel tentativo di recupero della memoria, dell’infanzia, degli affetti familiari, di quella Lucania arcaica da cui si allontanò fanciullo per intraprendere gli studi di formazione fuori regione. Sono pagine di una bellezza mozzafiato per la loro autenticità. Una scrittura diaristica e autobiografica, dal taglio introspettivo e di scavo psicologico che si intreccia a uno spaccato di vita reale e a piccoli gesti della quotidianità. Pagine da cui emergono i sui sentimenti, i sogni e le attese di quand’era ragazzo, i silenzi già dolorosi della vita, i gesti persi e mai più ritrovati. Una prosa limpida, lineare e al tempo stessa incisiva quella sinisgalliana, che punta decisamente oltre l’apparenza delle cose, per rivelarne quella sostanziale e spesso irrisolta, oscura ambiguità.
by Maria Pina Ciancio

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12.6.06

 

Rocco De Rosa. La mela malata 

[narrativa -4]

U
na luce intensa, di colore bianco, illumina la facciata del grande edificio sul pendio della montagna che sovrasta la Valle dell’Agri. E’ sera avanzata e le ombre nette vanno assumendo nel buio un volto umano; proiettano una dimensione di vita. La luce, emessa da alcuni riflettori, fa risaltare perfettamente il palazzo, sobrio e austero insieme. Un edificio costruito almeno quarant’anni fa, quando l’agricoltura aveva un altro senso nella vita dei paesini del Sud: era un’arte obbligata, un lavoro inevitabile per chi lo praticava. Non di rado fonte di miseria per braccianti ed operai; spesso motivo di ricchezza per i padroni che, a loro volta, mettevano a frutto la terra per non venir meno alla loro condizione sociale di proprietari.
La luca bianca dei riflettori fa risaltare anch’essa una condizione di netto predominio di cui il palazzo di campagna è espressione ancora oggi.

Si avverte il peso di un’aria stagnante. Non c’è una sola persona,tra quelle uscite dalla casa di campagna e tra gli stessi passanti, che si senta davvero a suo agio. La paura e il timore di finire nell’inchiesta dei magistrati sono come una maschera tremenda. Il gruppo delle persone uscite da quel palazzo rappresenta la sintesi del potere e della forza economica, ma anche l’espressione di certa politica con i suoi personaggi, i suoi ritmi e con regole ben precise. Quanto basta per sentirsi l’ombelico del mondo. Per questo influenza gli stati d’animo degli altri e condiziona un po’ tutto. I minuti scorrono. L’aspetto del cielo si fa sempre meno gradevole e le poche nubi contribuiscono a diffondere attesa e incertezza.

Uccio sale in fretta le scale, entra in un appartamento e chiama in una stanza Teo, con una gran fretta. Cerca di convincerlo a scendere giù e ad avere contatti con i lavoratori. Ma Teo non sembra disponibile. E’ intento a fare altro. Ha davanti a sé, stranamente, un bel cestino di mele. Alcune buone, altre cattive. Ne trova diverse con delle macchie abbastanza evidenti. Eppure le mele non sono marce, ma sono solamente malate, chissà perché. Teo non riesce a darsi una spiegazione. Vorrebbe buttarle via e lasciare nel cestino le poche buone. Invece decide di conservarle tutte, buone e cattive insieme. Le mele sono state raccolte nel frutteto del palazzotto che guarda il fiume Sciagura, dove cominciò quella mattina all’alba tutta la tragedia degli arresti e del carcere.
“Queste mele sono un segno della nostra vita. Non è possibile gettarle come si fa per le cose vecchie di cui vogliamo sbarazzarci a tutti i costi. Devo conservarle, soprattutto quelle cattive. Che in fon dei conti cattive non sono. Sono solo malate e testimoni di un tempo che è riuscito a rovinarle, con i suoi giuochi perversi e le sue malefatte… Il tempo di oggi così difficile e instabile. Così strano e minaccioso!”.

La mela malata di Rocco De Rosa
Iride Edizioni - Rubbettino Editore, 2005

ROCCO DE ROSA è nato e vive in Basilicata dove attualmente lavora. La mela malata è un romanzo affollato, è il caso di dire, da tantissimi personaggi, almeno nella prima parte: politici ambiziosi, imprenditori scaltri, donne ossessionate dal potere e dall’amore allo stesso tempo, giovani fermi al bivio del compromesso che poi sceglieranno la via del riscatto umile e crolleranno in tutta la loro ingenua fragilità sul finale, magistrati corrotti, uomini onesti che rimangono sulla scena nello sfondo in contrapposizione. Il romanzo è ambientato in questa terra e probabilmente prende spunto dai fatti della tangentopoli lucana ma si spinge ad analizzare a tutto raggio, anche nei sottili e drammatici risvolti psicologici dei protagonisti, un fenomeno molto più imponente che è quello di Mani Pulite, che ha modificato il volto e il costume di un intero paese. Una scrittura ancora più efficace quando diviene volutamente ripulsiva, sfrontata nei toni, ruvida. Credo che quello di De Rosa sia il romanzo delle nostre piccole storie malate, che incarna appieno il senso della nostra cultura materialista, il romanzo dell’uomo del nostro tempo sempre spinto sull’orlo della tentazione o credo sia semplicemente il romanzo dell’uomo…

by Maria Luigia Iannotti

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4.6.06

 

Giancarlo Tramutoli. Versi pure, grazie 

[poesia -8]

Da sempre
vivo nel presente
assente e silente
com’era mio padre
che faceva il detestabile
in casa e l’amabile
fuori e lo dico in rima:
meglio così
che son cresciuto prima.


Un toscano spento
in bocca ad un lucano
pure spento.
Torna la primavera
dopo l’ultima finta
e io mi dico addio
a Dio piacendo.
Mi saluto a salve
mi sputo addosso
e continuo a fare
ciò che posso


Cosa mi prende
non lo so
solo
in queste domeniche pomeriggio
qualcuno addirittura ti cerca
e tu sei in carcere
ma la colpa non è di nessuno
è la vita che si avvita
tu resti dietro il vetro
sempre più tetro
in questo assurdo teatro
io che il teatro
l’ho sempre detestato


Chiedetelo ai saggi e ai pazzi
se non è vero che vivo al di sopra
dei miei mezzi.
chiedetelo pure ai miei vicini.
vi diranno che vivo al di sopra
anche dei miei fini


E’ noto:
anch’io sono nato
senza essere interpellato.
Spero almeno da morto
di non farmi il torto
di non essermi consultato


Quest’anno ho scritto
solo sette poesie
(e con questa sono otto).
Cosa vuol dire?
Che di scrivere versi
mi sono rotto

da "Versi pure, grazie" di Giancarlo Tramutoli
Collana Occasioni a cura di Anna Grazia D'Oria
Ed. Manni, 2006


GIANCARLO TRAMUTOLI è nato nel 1956 a Potenza dove vive e lavora. Fa parte del filone giocoso e comico la poesia di Tramutoli, e anche questa nuova raccolta Versi pure, grazie fluttua tra concetti e immagini ironiche, autoironiche e affabulatrici che affondando le radici nella cronaca minuta della ritualità-gestualità quotidiana. Versi fatti di rime, assonanze, consonanze, passaggi di senso rapidi e fulminanti che stupiscono e spiazzano, ma che a una lettura più attenta, sottendono quello che è il dramma esistenziale dell’uomo moderno. La solitudine, il senso della morte, la precarietà umana, sono i temi di questa sua silloge a cui si affianca un rifiuto e una condanna diretta della poesia classica. Nessuna mediazione e nessuna conciliazione con il reale, i versi di Tramutoli -a voler rubare un’immagine cara all’autore- sono attraversati da un “guizzo vitale”, da un poetare libero, burlesco e a tratti beffardo.
by Maria Pina Ciancio

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28.5.06

 

Antonio Lotierzo. Poesie 1972-2000 

[poesia -7]

Cantina

Trepido cantuccio della disperazione
la botte annerita e i ragni
sfaldano cemento, imputridisce l’acqua
a rigagnoli forati fra ruvide pietre scure.

Nel forno paterno oggetti confusi riavvolti
sogni di polvere chiodi piedi di letto
manubrio di bici cernécchio cazzuola
dove passo un’ora di fresco far nulla.

Senza in niente sperare, un topo affogato
riporta la povertà, mancanza quotidiana
le catene per il ghiaccio due Pirelli al muro
sospese all’odore del vino più scuro del buio.

Tu non presenzi ai riti della vita ebbra
parli civiltà cittadine che angosciano le notti
rumori scontrosi qui attutiti dal nulla bacchico
d’un esistere scontrosi qui attutiti dal nulla bacchico
d’un esistere senza speranze puro disinteressato.


Mieli d’amplessi

Lo scavo nel tuo corpo flessuoso
è sincronia d’un lusso
calmo che il sudore del desiderio
porge ai vibranti amanti lucenti.

La tua bocca, dopo rifiuti astiosi, concedi
in unione e, implacabile, scorazza
serpentina a rinfocolare l’amore,
insieme alle frequenti mani possessive.

La girandola del tuo corpo flessuoso
sposta gli spazi dei congiungimenti
e inarcata vibri colpendomi a risacca
mentre frugo gli aperti fiori inumiditi
d’un piacere scontroso, a occhi chiusi.

La tua profanazione finisce col mio flaccido
e immielato turgore. M’accoccolo
al tuo madido seno e la tua carne
m’affoga, vertigine quieta
di sprofondamenti, immemori deliri.

Il ricordo

Il ricordo, operoso tappo
nell’acque dei giorni, troppo
chiara cicatrice segnala eventi
e li risuscita dal calendario sulle fronti
in un gorgo di lancette impazzite.

Rosa agostana

La rosa agostana l’incantava.
A noi appena alzati mio padre
la mostrava a trofeo nelle mani
cretose e la felice stanchezza
che l’aria terrigna offre alla vita.

Senza rimproveri, la posava
alla residua foto,
a fronte al candeliere,
di Graziella e andava su a lavarsi,
dove la luce apre labirinti di pelle
e dimentichi le domande senza risposta.

Vendetti quella terra. Un lembo di dolore,
dispersi nei vortici
urbani quei trenta denari.
Ancora la memoria offre gesti
né una tregua viene,
in un lampo, a dare acqua a quei solchi.

da "Poesie 1972-2000" di Antonio Lotierzo
Edizioni Libraria Dante & Descartes, 2001

ANTONIO LOTIERZO (Marsiconuovo, 1950) si è avvicinato giovanissimo alla poesia, adottando in un primo tempo il linguaggio della cosiddetta neoavanguardia. Poeta di grande intensità e rigore concettuale racconta una realtà lucana dilaniata tra la sua atavicità e la tensione verso la difficoltosa costituzione di una nuova identità. Dotato di straordinaria personalità poetica e stilistica sintetizza la ricerca di un senso storico e personale attraverso l’uso di una parola che procede dall’erosione dei significati alla formazione di una consapevolezza piana quanto dolorosa del tempo, manifesta in versi compatti ed efficaci orfani ormai di un certo barocchismo di termini che pure aveva saputo stupire nelle sue prime opere. Colto e raffinato, Lotierzo, produce un verso provocatorio attraverso un’ironia costante ed acuta supportata da una ragione solida che interroga in modo scrupoloso il lettore…Un verso distinto e raro, che sfida la banalità e il non senso, ed emoziona come una tiepida alba dopo una notte lunga e insonne! http://www.antoniolotierzo.com/
by Maria Luigia Iannotti
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21.5.06

 

Maria Luigia Iannotti. Radici di vento 

[poesia -6]


Il vuoto pesante

Verticale e scrostato è il silenzio
sulle facciate chiuse delle case
il sole di settembre ci cuoce
come il pane nei forni che fumano
bruciando l’aria tremula d’infinito
e s’espande vago il suo profumo
nel profilo vuoto della luce
(2002)


Radici di vento

Alle radici del nulla
riandai con passo sudato
per sola ansia di raggiungermi
ricongiungermi
e per poi ritornare
nello spazio possibile
(in cui il sole mi guarda)
slegata da me stessa


La forza che vedi

Mi contempli come roccia
su cui picchia il sole
e l’acqua non consuma.
Ma i barbagli che tu cogli
non sono che fugaci attimi
sgorgati dai trafori

Nacqui come questa terra
forte sì
ma traforata

(2000)



Mia madre

Profilo
d’una assenza di rumore

Cornici di pareti
che imprigionano l’aria
taciute nel pudore

Io crebbi chiudendo di tanto in tanto
gli occhi nel silenzio

Il vento corre indistinto
nel tuo passo senza sguardo
vagamente impastato all’attesa
che ti fissa non più veduta

Io fermo l’innocenza degli occhi
allentandola su ogni cosa da sempre


Forza
è l’esattezza inconsapevole della luce
che resiste ai mutamenti di stagioni
nel volgersi rinsaldante
della mia piccola memoria sfregata
(2002)


Gente del sud

Immersi nel fondo
corvino
delle nostre pupille
stiamo
coi pensieri divaricati
al sole
su terra crepata
aperta all’improbabile
Gente addestrata all’eco
dei propri passi
al rogo fragoroso
della propria anima
all’aprirsi
improvviso
di precipizi sotto i piedi
sogni virulenti preparati
al balzo da sconfino

nascono cuori in questa terra
gonfi come tramonti d’autunno
prenatali già votati al tremore

***

Del sogno si può alimentare la luce
e si può sperdere tanto di sé
fino a non esistere più
col peso del corpo che cammina

come i Santi
con l’anima in più parti

versi tratti da "Radici di vento" di Maria Luigia Iannotti
Edizione Il coscile, Castrovillari (CS) 2003


MARIA LUIGIA IANNOTTI è nata nel 1978 e vive a Trecchina in Basilicata. Mi colpì subito di questa prima raccolta la profondità della voce, quel suono vibrante e serio, seppure vigoroso ed energico, che modulava i suoi versi e mi riconduceva in quel territorio dello spirito che è tipico del nostro tempo e del post-moderno. Questa raccolta Maria Luigia l’ha scritta all’età di poco più di vent’anni eppure i suoi sono versi già pervasi da un senso di concretezza e di compiutezza con approdi a soluzioni sempre originali e mai scontate, tramite uno stile espressivo in cui naturalità e poesia-pensiero risultano strettamente annodate insieme.
Una poesia di affetti e di ascolto che non spiega, che non ha pretesa di dare risposte. Si trattiene sulla soglia. Al contrario sollecita domande. La ragione che corre a fondamento decide ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è degno di memoria, ciò che è degno di oblio, ciò che appartiene all’essere e ciò che è ricacciato nel nulla. Sbriciolando l’immane massa del silenzio, la parola poetica di Maria Luigia insorge liberamente e ripercorrendo il vuoto, la memoria perduta, la crisi di valori raccoglie nell'essere quella spiritualità sottesa riflettetente e assorbente la luce.
by Maria Pina Ciancio

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15.5.06

 

Gaetano Cappelli. Il primo 

[Narrativa -3]

Ero il primo della classe e la mia media era la più alta in tutto il liceo, eppure fino a che non mi ero messo con Filippa nessuno sembrava neppure essersi accorto di me. Ora invece tutte le ragazze mi facevano il filo e non c’era una festa cui non fossi invitato. Ma la vera conferma di quello che stava accadendomi la ebbi quando ripresi a passare sul corso. Il corso di una piccola città di provincia è una specie di palcoscenico naturale o meglio, visto che ci si passeggia, una passerelle su cui si alternano intere generazioni di affezionati instancabili precorritori, ognuna con i propri divi, i comprimari, le semplici comparse.

***

La vita è davvero assurda figli miei, assurda. A che vale prendersela?” era stato il commento filosofico del mio costernato, nonché moribondo genitore, che, ascoltando i nostri discorsi, s’era però miracolosamente distratto dalla sua tetra nenia per poi addormentarsi di botto, trascorrendo finalmente una notte serena. Tanto serena che il giorno dopo lo vedemmo, come non fosse mai stato ammalato, alzarsi e radersi fischiettando secondo la sua abitudine. Poi, dopo che ebbe fatto colazione, dispensandoci i suoi sorrisi bonari, prima di tornarsene in camera a vestirsi, gli sentimmo annunciare che sarebbe partito quella mattina stessa.
Avemmo tutto il tempo di chiederci per dove e che altri guai avrebbe combinato e in che modo impedirglielo, finchè non vedendolo ridiscendere fummo noi a salire nella sua stanza per trovarcelo bello lungo disteso sul letto, una mano sotto la nuca e il mozzicone spento tra le labbra nella posa spensierata della prima sigaretta.

***

Ci vuole infatti un tipo particolare di idiota per scrivere romanzi: uno che sacrifichi la propria esistenza passando intere giornate chiuso in una stanzetta come un mistico medievale, trascurando l’affetto dei propri cari, mettendo in gioco matrimoni, amicizie, salute e carriera, dannandosi la vita, insomma; uno che si concentri totalmente su qualcosa il cui fallimento economico è assicurato, per guadagnarci al massimo qualche articolo sui giornali, se tutto va bene, nella maggioranza dei casi lo sguardo di compatimento del genere umano e che, soprattutto, sia così insensatamente pazzo da pensare che le fantasie con cui imbratta centinaia di pagine, di solito nascosto nella più remota provincia, e senza nessun santo in paradiso, possano mai interessare qualcuno – e la cosa più pazzesca di tutte è che, a volte, proprio questo accade.

da "Il primo" di Gaetano Cappelli
Marsilio Editore, 2005


GAETANO CAPPELLI (Potenza 1954) Una bella storia, fatta di sogni ciechi e deliranti, quella di Guido Cieli, il protagonista de Il primo, che finisce col vivere la vita in una meccanica affermazione di sé che si tradurrà poi in una evidente negazione delle sue naturali inclinazioni e della percezione del tempo arreso alla sera in cui il suo grande amore scelse di non sceglierlo…Invaso da una caparbia follia di essere, di ferire chi non lo ha riconosciuto come primo, asseconderà una tensione costante verso l’affermazione e la definizione del suo ruolo nella vita, verso il riscatto dal proprio fallimento. Straordinaria in questo romanzo è senz’altro oltre all’ironia e alla leggerezza, espressioni di una sintesi stilistica matura e compiuta, la capacità dello scrittore di far convivere passato e presente in un tempo narrante di abile composizione, costellato da sogno e realtà, in cui lo stesso Cappelli compare nelle ultime pagine per chiudere il senso delle storie, lasciandole semplicemente aperte, nell’estremo e geniale tentativo di farle e farci credere ancora nella bella “corsa” della vita…

by Maria Luigia Iannotti

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7.5.06

 

Domenico Mancusi. Sotto un cielo piccolo 

[Narrativa -2]
Scipione era ancora agli sudi nella città dei papi. Isabella tutti santi giorni, scriveva per lui lettere accuratissime. Vergava pagine e pagine, che copiava e ricopiava in bello stile, provando cento calligrafie. “Eccoti qua la colomba del tuo germano” disse la baronessa madre agitando tra due dita la lettera appena recapitata dal corriere. Quella volta pareva come indispettita. “Voi! Voi!!!... Comunicate solo tra voi, senza che mi rendiate conto per niente… -si lagnò, ponendo con un gesto nervoso la missiva nelle mani della figlia-. Ce lo facesse sapere se almeno a lui arrivano notizie di vostro padre. Facesse mettere in mezzo pure qualche ecclesiastico… A che serve tutta la stima che si guadagna in quel di Roma? A che serve che studia studia studia? A che serve che, se lo vedessi in questo momento, nemmanco lo riconoscerei? Chè non lo vedo da anni e anni! A che serve, ditemi voi?” concluse nel pianto la signora madre. E uscì dalla stanza sbattendo la porta, lasciando la figlia sbiancata dall’imbarazzo.
Col cuore in mano, Isabella scriveva al suo gemello “Scopro con trepidazione che sottomettermi alla vita in questo sito mi procura una mordacissima pena. Mi fanno compagnia solamente le pagine gialle dei vecchi libri: finestrelle piccole piccole, spazio per due soli occhi sognatori…”.
Una lettera ogni due settimane: il tempo, i giorni, i mesi, intere stagioni, misurati da quella clessidra lenta, lentissima.
“… mi piange il cuore saperti avvilita, ardimentosa di cultura e civiltà; mentr’io, baciato dalla fortuna, vivo accanto ai maestri che insegnano l’uso retto della facoltà della mente e della ragione.
Mia cara, ti dico di non desistere, di perseverare nell’esercizio dell’apprendimento: il tuo animo gentile dà ragione alla bontà alla bontà del nostro genitore che ti aveva sue eletta; avrà giustizia, ne sono certo. Sì, sì., la fortuna si sottrasse proprio di strumenti e le comodità giuste per le tue vocazioni, è vero. Ma vedo che le tue lettere progrediscono ugualmente, riverberano pensieri sublimi… Le canzoni che mi mandi costringono il cuore; ritengo siano degne di assurgere agli onori più alti… Sono ammirato anche dalla carta tanto ben ornata dal tuo pugno delicato; essa è sempre pulita e senza difetti: ogni parola è tornita con pazienza d’artigianato…”. (p.120)

***

Una donzella par tuo deve pur mettere il pensiero alle cose di questa vita. Lascia perdere Isabella; per il bene che ti voglio! Lascia perdere i tuoi studi, i libri, le scartoffie. I poeti sono uomini che scrivono di donne ad altri uomini. Non che tu debba attender solo all’ago, alla conocchia e men che mai all’arcolaio, figlia mia: ma i libri son roba pericolosa per le fanciulle: l’infatuazione che ne hai non giova a nulla: ritarda e offende la tua formazione di donna” sbottava di tanto in tanto la baronessa madre. Certo che paventava male cose, ad onta di quanto aveva proferito quella volta la maliarda, leggendo il mistero dei segni nel precipitato nero del rovagno.
“Per amor dl cielo, signora madre… -controbatteva Isabella, col broncio discreto-, lasciate che l’esercizio della scrittura mi allarghi i brevi confini di queste mura, di questa tristissima prigione, da cui ardirei fuggire con ogni mezzo. Dio sa quale balsamo consolatore sono i libri, quanto tormento io taccio scrivendo…”. Sapevo, sapevo bene quante passioni ella domava con la sola forza della sua penna pica! (p.122)

da Sotto un cielo piccolo di Domenico Mancusi
Pianeta Libro Editori, Potenza 1999
(disegno di Rocco Grieco)

DOMENICO MANCUSI è nato nel 1957 a Potenza dove vive e lavora. Sotto un cielo piccolo è un romanzo storico, ambientato nella Basilicata de XXVI secolo. Una narrazione realistica su base documentaria, che ci offre una originale interpretazione della famiglia Morra, vista e raccontata da Giuditta la governante mora a servizio nel palazzo.
Il romanzo, ricco di particolari e precisione documentaria, rievoca personaggi, ambienti, fatti, conciliando invenzione letteraria e realtà storica con uno stile vivace ed avvolgente che nel lessico e nelle costruzioni ripropone echi e richiami del passato.
Accanto alla vicenda privata e alla tragedia di Isabella, la giovane poetessa tragicamente uccisa per mano dei fratelli, c’è la storia collettiva di un popolo e di un’epoca, quella di Favale (oggi Valsinni) e di un Sud arcaico, isolato e lontano dai grossi centri culturali e artistici. Una narrazione che nel rievocare l’atmosfera di un’epoca, fa luce sul presente dei fatti del passato.

by Maria Pina Ciancio
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1.5.06

 

Maria Pina Ciancio. Itinerari 

[poesia -5]

"Qualunque sia la direzione/ vado sempre a Sud"

Si rincorrono
sotto il cielo sghembo
dove nessun uomo
ha chiesto di sapere

il vuoto avanza
divorato
-in fuga
dai suoi figli senza storia

Nella piazza grigia
ho chiesto ancora
di restare
(Calvera, 1997)

Resto sui tuoi sogni scuciti
sotto la piaga di un sole ingrato

su questa terra asciutta e rossa
dove il tempo più non s'affanna
(Calvera, 1997)

E’ di mani callose
di vesti nere
dentro gli occhi vinti

la mia rabbia
taciuta
non urlata

soffocata
nel grembo
asciutto
di una madre
sconsolata
(Calvera, 1997)

L
ungo il Sinni
scavo memorie
attraversando i solchi
delle tue mani
e la terra
(Policoro, 1997)


Ritorno e ritaglio
a pezzi i giorni
per incastrarli
maglia contro maglia
in un tessuto di storia
(Tursi, Rabatana, 1997)

(Notte sul Sinni)
Guadiamo il fiume
a sud

ora che gli umori
della notte
sigillano nell’animo
le crepe
della storia
(Valsinni, 1997)


Faccio strade secondarie, attraverso montagne, dirupi, fiumare, fino ai calanchi, dove l'Appennino diventa d'argento sotto la luce bianca della luna. E poi i buchi neri, i sassi, la piana verde fino a Siris. Passato e presente. Qualunque sia la direzione vado sempre a Sud.

versi tratti da "Itinerari" -Appunti di viaggio 1997 di Maria Pina Ciancio
CARM - Centro Arte e Ricerche Meridionali, Cosenza, 2002
(nella foto Maria Pina Ciancio)

MARIA PINA CIANCIO nata da genitori lucani emigrati all'estero, attualmente vive e insegna nella sua terra d'origine. La voce della Ciancio è una delle più intense e coraggiose nella poesia lucana degli ultimi anni. Itinerari è un’opera di scavo dove il verso abile, netto e a tratti ostile storicizza e rivela al tempo stesso la vita interiore e quella dei luoghi. I frammenti poetici sono tenuti insieme da un linguaggio robusto e denso, quasi arcaico che rimanda ad un senso etico singolare, invisibile e costante capace di scuotere il lettore e di far ripensare alla quotidianità come ad un tempo attraversato da un’acuta e drammatica valenza esistenziale. La terra, la madre, lo svolgersi coerente e vario della natura, sono incarnazioni metaforiche che passano con efficacia in versi stringatissimi e spogli, e si compongono quasi in un piano consapevole d’appoggio, da cui rigettare la rabbia in brandelli di passione autentica e dolorosa. La tensione che si dilata e si fa compattezza nelle pause e nei tagli di significato conduce fino all’ultimo verso stordendo il lettore persuaso del senso rigoroso e violento dell’essere dentro alla vita, in un viaggio in luoghi fisici e non in cui l’orientamento verticale del canto lacera il silenzio e si fa bisogno assoluto di verità, rendendo così la poesia davvero tale e il mistero a cui tende un momento poetico di elevata sospensione eternante.
by Maria Luigia Iannotti

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23.4.06

 

Vito Riviello. E arrivò il giorno della prassi 

[Narrativa -1]

(...)
E arrivò il giorno della prassi, i professori si costituirono in Corpo Accademico e quindi in Confraprofessori, il Preside in pompa grande li passò in rivista e fece il saluto della bandiera, la milizia e i corpi speciali lanciarono un urrà unisono, squadriglie di caccia punteggiavano l'empireo, viva il re o di chi ne fa le feci.
In nome della patria augurò anche a nome del capo dello stato e dl procuratore alla cultura e inaugurò un anno d'ordine e tranquillità non contemplando eventuali disastri naturali indipendenti dalla loro volontà e comunque leniti da coercenti sottoscrizioni tricolori. I professori iniziarono i giorni delle spiegazioni, dividendo compartimentalmente i programmi e dissociando le discipline, operando una grossa lacerazione puritana tra materie scientifiche e letterarie, poi disinvolte separazioni tra spirito e materia, anima e corpo, uomo e donna.
Se il guardiano di italiano si situava nel Duecento quello di filosofia indagava sui presocratici, in biologia si era la diciannovesimo secolo e in arte al distacco contemplativo di una colonna sparita a causa di una imprecisata ribellione achea, i secoli erano stati sciolti come cani mastini dai signori del feudo, si azzannavano, gettavano il panico anche tra noi che scientificamente rifuggivamo dal campo minato delle nozioni. I professori andavano così predisponendo il terreno per una dittatura inequivocabile, fatta di codificate illusioni e presunte certezze semantiche.
"L'io", "idola tribus", "i binomi", "deduzione", "ei ei fu alalà" e altre mille "monadi" fiorirono come fiori del bene dalla bocca verace dei Costituiti e si rovescaiavano sui registri, sui banchi, sui nostri "pullover" innocenti come in fotografia.
A volte declamavano perfino bibliografie ministeriali, urlavano circolari, barrivano versi che dalla loro bellezza libera si piegavano inceneriti per la ripugnanza di entrare inopinatamente in tenere memorie che umiliate non tenevano a mente che la paura filologica. Le ormai prossime interrogazioni avrebbero maturato la superiorità della Confraprofessori, allora ci sarebbe stata visibile la violenza del sistema, la nostra vita sarebbe apparsa in un casellario elettronico, valutata dagli strumenti ciechi del potere in cifre presuntuosamente inappellabili; i guardiani di classe avrebbero acceso o spento la nostra collocazione sotto l'arco della storia su di un quadrante che al Reggente sarebbe apparso come il teatro morale di operazioni definitorie. (...)

da E arrivò il giorno della prassi - Vito Riviello
(Collana Euforbia diretta da Giorgio Patrizi)
Ed. Empiria, Roma 1999
(disegno di Rocco Grieco)

VITO RIVIELLO è nato a Potenza nel 1933 e vive a Roma. Il racconto "E arrivò il giorno della prassi" ha un taglio autobiografico e generazionale, ed è ambientato nella Potenza degli anni 50/60, dove un gruppo di giovanissimi studenti lotta contro il sistema cittadino piccolo-borghese. Una satira ironica e tragicomica sul mondo dei padri che si traduce in azione diretta e concreta all'interno della scuola, dove i professori sono costituiti in Corpo Accademico e Confraprofessori, attori tristissimi di un ambiente rigorosamente chiuso, repressivo e impassibile. Riviello ne descrive minuziosamente tutti i rituali e le sue farse quotidiane, l’incapacità di dialogare, di modificarsi, di essere autorevole. Soprattutto ne decreta la sconfitta e la crisi nel momento in cui "la resistenza" della Confraprofessori ricorre come azione coercitiva a un durissimo e accanito “interrogatorio” che sfocerà nella bocciatura finale del gruppo.
by Maria Pina Ciancio
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13.4.06

 

Rocco Scotellaro. Poesie 1940-1953 

[poesia -4]

Campagna

Passeggiano i cieli sulla terra
e le nostre curve ombre
una nube lontano ci trascina.
Allora la morte è vicina
il vento tuona giù per le vallate
il pastore sente annate
precipitare nel tramonto
e il belato rotondo nelle frasche.
(1948)


***

La luna piena

La luna piena riempie i nostri letti,
camminano i muli a dolci ferri
e i cani rosicchiano gli ossi.

Si sente l’asina nel sottoscala,
i suoi brividi, il suo raschiare.
In un altro sottoscala
dorme mia madre da sessant’anni.
(1947)


***


Il morto

Non voglia mai far notte, mai far giorno,
è venuto di piombo il pane al forno.
Cicala canta la canzone spasa,
il tizzone si è spento nella casa.
S’alzano i gridi ringhiera:
Giustizia nera, Giustizia nera.
(1951)


***


Calore

Alberi spiccano dissotterrati
dalla roccia sotto il cielo di fuoco.
Ed ammassa polvere sul verde
questo vento calmo.
Né so altro cigolio
né vedo corruccio palese
se non che si denuda l’uomo
supino che gronda sudore.
(1942)

***

Guarigione

L’aria s’è sminuzzata
cadendo l’acquazzone
le strade si sono abbeverate.
Sentito mi sono oppresso
D’una vibrante cordata sul cuore.
E poi m’hanno chiesto in viso se guarivo
coi fiori del vaso sul balcone.
(1943)

***

Appunti per una litania

Sud è il mio amore, sono gli aratori,
nell’ombra delle quercie o sulle aie,
dormono legate alle cavezze
delle cavalle baie.
Hanno la faccia bruciata
una crosta di pane.

E donne salgono pendii
si stringono i figli nel vento,
vanno cercando piene di sgomento
l’uomo che può non ritornare.
[…]

i versi tratti da Rocco Scotellaro - Tutte le poesie 1940-1953
Oscar Mondadori 2004
(disegno di Rocco Grieco)


ROCCO SCOTELLARO nacque a Tricarico nel 1923, e lì morì a soli trent'anni. Poeta colto e raffinato riuscì nell’arduo tentativo di far convivere in modo coeso e vivace la ricerca di una poetica esistenziale con l’azione politica, come conseguenza naturale della partecipazione alle lotte contadine svoltesi nel suo paese quando egli era ancora adolescente. La disgrazia della miseria invase alla radice il suo pensiero traducendosi in vigore umano, attraverso una soluzione letteraria giovane eppure autonoma e attraverso l’adesione al socialismo prima e alla sua elezione a sindaco a soli 23 anni dopo. Una voce drammatica, aspra e vigorosa come questa terra quella di Scotellaro, che si risolve in un paradosso di semplicità poetica e di intuizione innovativa, tanto da essere oggi considerato “maestro” del neorealismo in poesia. Un verso pietroso e surreale, essenziale e visionario, che emancipato dal suo tempo sa essere attuale e antiretorico, futuribile e contemporaneo come un pensiero sotteso e costante sull’eternità.

by Maria Luigia Iannotti
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9.4.06

 

Andrea Di Consoli. Discoteca 

[poesia -3]

I
Quanta rabbia in noi
Quanta voglia di piangere
Adesso che pure in questa discoteca
Affollata del sud Italia
Stiamo tutti insieme
Come ritrovati dopo una lunga diaspora
Quanta voglia di piangere e quanta rabbia
Ma non c’è nessuno al mondo
A cui possa interessare tutta questa rabbia
E tutta questa malinconia.

II
Ti trovo quasi finita nel tuo silenzio

Mi dici di essere disoccupata
Che mandi domande ai concorsi statali

Non ci vuole molto a riconquistare confidenza
Come quando eravamo impastati dello stesso tempo
E gli umori erano gli stessi per tutti

Faccio fatica a parlarti nell’orecchio
La musica è sempre più rabbiosa
Abbiamo fatto un giro immenso
Per essere al punto di partenza.

III
Tutti credono che il mondo aggiunga sorrisi

Ma il mio è un ghigno disincantato
Pure adesso che qualcuno mi vede bere
Una fila di cognac Stock 84
A questo balcone di bar interno
Ignora il dolore profondo che mi spinge a farlo
L’unica cosa che riesce a dire è

"Tu non puoi lamentarti, tu te ne sei andato in tempo"

IV
Essermene andato in tempo
Significa occhio e croce che mi sono salvato
Ma da cosa mi sono salvato?
Alla fine partire è solo un modo per sentirsi straniero due volte.
Eppure questi amici me li sento dentro
Perché nel bene e nel male
Sono gli unici esseri della terra
Che hanno voglia di piangere
Quando io pure ho voglia di piangere.

V
Alla fine è l’alba
Nella nebbia del parcheggio
Mi viene male alla pancia
E allora ripenso a quando un tempo
A casa trovavo la furia di mio padre
Impegnato a impastare con le sue mani
Un uomo che non sfigurasse davanti al mondo.

VI
Oggi devo dare conto solo a me stesso
Del grande gelo di questa notte.

i Versi tratti da "Discoteca" di Andrea Di Consoli
(Collana diretta da Michele Trecca e Andrea Di Consoli)
Ed. Palomar, Bari 2003


ANDREA DI CONSOLI è nato a Zurigo nel 1976 da genitori lucani e attualmente vive a Roma. Discoteca è la sua prima esperienza in versi, una originale perlustrazione in orizzontale della realtà. La sua scrittura è diretta e dai toni prosastici, a tratti febbrile, ma sempre spontanea e vera, mai scontata, mai di compromesso. Dai suoi versi emerge rabbia e malinconia giovanile, sogni e desideri, bisogno di fare i conti con la memoria, il proprio senso di responsabilità, la propria storia personale, quella di chi è partito e per questo si sente “straniero due volte”. Discoteca è un libro fatto di incontri, di dialoghi, di dubbi, di domande e di possibili risposte. Un libro a tinte forti insomma, popolato e in movimento che si dipana tra paesi, discoteche, autostrade, quartieri di città, che dall’inferno preclude alla rinascita, dalla rabbia alla preghiera.

by Maria Pina Ciancio

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3.4.06

 

Francesco Arleo. Scappa 

[poesia -2]


N
on ho ombra di quel passato. La luna stava alla finestra e qualche volta la chiudevo in una mano ma sapevo di non possederla.


La frutta migliore della terra era stesa sul pagliaio di fronte casa.
Lì, seccavano trecce di fichi col miele e un seme di mennula in mezzo.
Nei colpi del buio uno stormo di lucine metteva voglia di arrampicarsi.
Su un ginepro. Era l’appuntamento con le pleiadi. Il carro della fortuna.

Quello che lasciavo erano facce di vecchi nell’orto.
Si resta e si muore, si parte e si muore comunque.

[…] Ricordare, vuol dire perdonarsi anche quello che non si è commesso, magari il pane che non si è avuto o il male che non si è fatto. Era il nostro tempo, la stagione più matura, quella più canterina. Il grano era uguale da tutte le parti e cadeva, cadevano intere distese come cadevano le sere. Ci sorprendeva la luna. Ci prendevamo il nostro riposo nei cavalloni di grano.

[…] Mi aspetta un paese di calanchi dove dormono ancora i poeti e le loro madri, i diavoli e gli ulivi, dove un giorno le capre leccavano il sale della terra e ogni solco era nervo sul viso dei vecchi.

i Biglietti tratti da Scappa di Francesco Arleo
Officine Beati i Secondi (r) & Alexandra Editrice, Roma 2004


FRANCESCO ARLEO (E' nato a Chiaromonte nel 1974 e vive a Roma) Versi che sanno di grano e di partenza. Storie di fughe necessarie e utili. Viaggi nella memoria persuasi di dimenticare ricordando. I biglietti di Francesco Arleo sono graffi che tagliano la pellicola del diniego e si fanno coscienza amara di ieri e di oggi. Versi in prosa poetica dove la terra lucana asciutta e materna a tratti s’impone gravosa, in altri reagisce nel taglio di parola compatta e coraggiosa, nell’inquietudine che l’attraversa e in altri ancora la si vede guadare concreta e reale nei profumi, nella tradizione, nei gesti che come vene sparse in corpo si legano all’origine e alla vita…
by Maria Luigia Iannotti

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30.3.06

 

la Lucania nei versi di Mario Luzi 

[poesia -1]

In Lucania,
in questa cappadocia di dolori,
in questi monti calvari
di freddo e di vigilia
mi ferì
sole improvviso
quel sole, mi colpì duro col taglio
della sua obliquità,
m'incise
a fondo i pensieri
che avevo di penuria,
di carie e di ascetica erosione
ad opera dell'aria,
me li fece sanguinare
e splendere
sotto la conversione
di tutta la materia
in cos'altro da sé -
in cos'altro? chiedevo
e mandavano barbagli
candidi
per troppa nettezza di velluto
quegli occhi delle loro adolescenti
loro? Figlie di quali re?

Mario Luzi, da Inseguimenti
disegno di Rocco Grieco


by Maria Pina Ciancio

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