5.1.08

 

Romanzi e racconti della memoria e della cultura popolare 

[narrativa -12]

foto Francesca Zito, 2004

«Un classico è un libro che non ha mai finito
di dire quel che ha da dire»
(I. Calvino, Perché leggere i classici
)

Alcuni libri sono da leggere e da rileggere. Alcuni titoli non dovrebbero mancare tra gli scaffali delle nostre biblioteche. Alcuni classici racchiudono da sempre il fascino del tempo, dei luoghi e della storia.
Testimonianze uniche. Documenti preziosi.
Memorie di un'Italia che cambia, tra '800 e '900.
Ecco alcuni titoli. Solo alcuni però, altre segnalazioni o semplici riflessioni ci piacerebbe accoglierle tra i commenti.
I Malavoglia di Giovanni Verga (uno spaccato delle campagne siciliane attraverso le parole del maestro del Verismo); Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi (la cronaca del confino in Basilicata tra il '35-36 dello scrittore e pittore torinese); Vino e pane di Ignazio Silone (una continuazione ideale di Fontamara, il racconto di Pietro Spina, un rivoluzionario braccato dal fascismo e il ritorno a Marsica, che fa da sfondo con la sua agricoltura povera e i suoi contadini alle vicissitudini del protagonista); Canne al vento di Grazia Deledda (una intensa storia d'amore ambientata nella terra d'origine della scrittrice, la Sardegna); Fontamara di Ignazio Silone (le cui vicende si snodano durante i primi anni della dittatura fascista a Fontamara, tra una realtà sociale fatta di cafoni -braccianti, manovali- e piccoli proprietari terrieri); Di viole e liquirizia di Nico Orengo (ambientato nelle Langhe, dove "il vino è come il petrolio" ed ognuno punta a far meglio dell'altro); Vino al vino di Mario Soldati (un indimenticabile viaggio nelle campagne italiane degli anni '60).

Senza commenti. Solo l'incipit del Cristo.

"Sono arrivato a Galiano un pomeriggio di agosto, portato in una piccola automobile sgangherata. Avevo la mani impedite, ed ero accompagnato da due robusti rappresentanti dello stato, dalle bande rosse ai pantaloni e dalle facce inespressive. Ci venivo malvolentieri, preparato a veder tutto brutto, perchè avevo dovuto lasciare, per ordine improvviso, Grassano, dove abitavo prima, e dove avevo imparato a conoscere la Lucania. Era stato faticoso dapprincipio. Grassano, come tutti i paesi di qui, è bianco in cima da un alto colle desolato, come una piccola Gerusalemme immaginaria nella solitudine di un deserto".
(da Il Cristo si è fermato a Eboli, Carlo Levi, prima edizione 1945)

by Maria Pina Ciancio

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3.10.07

 

Andrea Di Consoli. "lago negro" 

[narrativa -11]

(brani tratti dal racconto "Shakespear")

Non so perché quest’estate facesse così caldo. Ad Aversa presi un espresso e mi diressi verso Lecce. Tiravo fuori la testa dal finestrino e sentivo l’aria calda. C’era solo questo a fasciarmi la fronte: aria calda, vertigine dalla mattina alla sera.
Nelle cuffiette ascoltavo Don Pizzica. E avevo caldo.
Quando ho i capelli lunghi, sudo di più; faccio le dita a spazzola e mi pettino i capelli all’indietro. Poi scopro che sono inzuppato alla schiena, all’inguine, al collo.
Quest’estate ci fu la presa d’atto. Mia e dei miei amici.
Abbiamo scoperto, quell’estate che stavamo imparando a capire il mondo. Tutto questo non succede mai in anni, in decenni, ma in mesi, settimane.
Era estate e imparammo che c’era un meccanismo preciso, e pure che c’era soluzione ai più grandi problemi del mondo.
C’era nostalgia, che certe notti si risolveva in pianto. Io piango così: all’improvviso sento un nodo alla gola, poi mi bruciano gli occhi e la pupilla si allarga. Ma le lacrime non scendono sulle guance. Non ho mai saputo perché non piango completamente, come le donne [...]
(p.7)

*

Certe notti ho paura. Prego a bassa voce nella mia piccola casa. A quest’ora della notte mio padre si è già svegliato e forse piange per me, per questo suo figlio che ha i giorni contati. Me lo immagino immobile e grosso sul suo letto, con gli occhi spalancati e la canottiera sollevata sulla pancia.
Mi piacerebbe se la morte fosse un luogo raggiungibile in macchina. Mio padre mi ci porterebbe con la sua Ford e nel tragitto parleremmo normalmente, come abbiamo sempre fatto. Una volta lì, prima di spingermi nel burrone, mi abbraccerebbe e sentirei per l’ultima volta il suo odore forte di terra e di sudore –il suo odore di cavallo.
Poi mi spingerebbe urlando, urlando come un cavallo al quale stiano strappando gli occhi dalla testa.
(p.13)

da "lago negro" di Andrea Di Consoli
L'Ancora del mediterraneo, Napoli 2005
(in alto, particolare di copertina di Stefano Ricci)

ANDREA DI CONSOLI (è nato a Zurigo da genitori lucani nel 1976 e vive a Roma). Ha il taglio della prosa poetica illuminante sulle cose, questo libro di racconti di Andrea di Consoli. Venti storie sul Sud, fatte di sguardi e viaggi nella memoria e nei cambiamenti sociali di un tempo e di un’epoca. Un tempo che raccoglie altri tempi, viaggi che racchiudono altri viaggi. Uno scavo nel dramma generazionale, nella crudeltà del quotidiano e degli affetti, dove narrazione e “pensiero riflessione” si annodano a maglie strette. Storie raccontate talvolta in prima, talvolta in terza persona con la forza della passione e della partecipazione, attraverso un linguaggio semplice e colloquiale, che si nutre di un tessuto che svela in profondità quella bellezza e quel dramma che si scambiano il giro in un istante. Ma è quando la narrazione scivola piacevolmente verso approdi "diartisti" (penso a testi come quello riportato sopra) che l’autore riesce a regalarci pagine di una bellezza davvero toccante, autentica e vera. Un libro poetico lago negro, fatto di sangue e carne, da cui emerge dirompente la solitudine e la nostalgia, il fallimento, il dolore che lacera e spacca, e che solo talvolta redime.
by Maria Pina Ciancio

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2.9.07

 

Mariolina Venezia. Mille anni che sto qui 

[narrativa -11]



In quel pomeriggio di marzo del 1861 che la storia rese famoso per altri motivi, Concetta partoriva senza la levatrice. Cumma Rachele, la mammana che aveva fatto nascere tutti i bambini di Grottole e molti altri ne aveva spediti al creatore con gli infusi di prezzemolo e il ferro da calza, era ormai troppo vecchia per esercitare e si scomodava solo nei casi disperati.
Concetta istruiva le figlie fra un grido e l’altro, perché ormai sapeva a memoria come comportarsi, ma questa volta la cosa si presentava difficile perché il parto era podalico. A forza di spingere, Costanza le aveva ridotto la pancia tutta un livido, e Albina, che non perdeva occasione per dare addosso alla sorella, glielo stava rinfacciando dicendole che era tutta colpa sua se le cose non stavano andando come si deve. Licandra, in mezzo alle grida della madre e agli strilli delle sorelle, aveva sentito uno strano vocio sotto casa. Il suo primo pensiero andò ai briganti, delle cui gesta, nel bene e nel male si parlava dappertutto. Si affacciò emozionata, perché in cuor suo stava dalla loro parte. Appena informata dell’accaduto era scesa nel magazzino dove aveva potuto verificare l’ineluttabile gravità dell’accaduto. (p. 22)

Giuseppe Amodio, figlio di Rocco, era partito per le Americhe che era solo un ragazzo. A Napoli, dove era andato a prendere il bastimento, aveva visto il mare per la prima volta in vita sua. Appena arrivato davanti a quella immane massa d’acqua che si muoveva da tutte le parti mandando un odore mai sentito che si mescolava a quello del catrame delle navi, gli si erano rizzati tutti i peli del corpo e le gambe gli si erano piantate a terra come se all’improvviso avessero messo radici.
Avevano dovuto trascinarlo come un ciuco imbizzarrito, perché ormai erano già state pagate le centocinquanta lire del biglietto e le cento del sensale che ci volevano per partire, e l’avevano spinto per forza nella stiva. Aveva vomitato per tutto il tempo che era durata la traversata. Con le budella che gli si arrotolavano e lo stomaco che sobbalzava guardava dagli oblò quell’elemento nemico che dall’alba al tramonto si tingeva di sangue. (p.71)

“Mille anni che sto qui” di Mariolina Venezia
Collana I coralli
Giulio Einaudi Editore, 2006
(nella foto, ritaglio di copertina del libro)


MARIOLINA VENEZIA (è nata a Matera nel 1961 e attualmente vive a Roma). Un ritaglio di foto. Un sorriso accattivante e ammaliante e la serietà maestosa di una donna. Si contrappongono e si completano le due figure di copertina in bianco e nero sul nuovo libro di Mariolina Venezia Mille anni che sto qui. Un romanzo bello, che hai voglia di non finire e trattenere tra le mani. Una saga familiare ambientata nella Lucania più arcaica ed essenziale dell’entroterra, in cui si snodano le vicende secolari e straordinarie di una famiglia costellata di innumerevoli personaggi: Don Francesco, Concetta, Albina, Candida, Colino, Mimmo, Alba e tanti altri ancora… Padri, madri, figli, ma soprattutto donne, con i loro amori, i loro sogni, le loro delusioni, la loro caparbietà. Colpisce la capacità della scrittrice di tracciare e annodare destini, l’ironia e la levità quasi surreale nel raccontare le avversità della vita in questo romanzo corale, fatto di gioie e di sofferenze, di amori e tradimenti... Ma soprattutto colpisce la forza che Mariolina Venezia ha di svelare e raccontare in sottofondo la storia di un paese del Sud nei suoi risvolti umani, sociali e nei suoi cambiamenti epocali. Un libro magico, ambientato in una terra “senza tempo” che non ha nulla da invidiare alle saghe della tradizione letteraria sud-americana. Intenso e appassionato, dinamico e lirico.
(Romanzo vincitore del Premio Campiello 2007)
by Maria Pina Ciancio

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13.5.07

 

Cinzia Zungolo. Sotto questa cenere 

[narrativa -9]



Il tratto che unisce passaggio a livello e incrocio dalla cartiera è alberi d'olivo, legati da due corde di muretti in pietra a secco. Le distesa, chilometri e chilometri di piante, è tagliata da una vena di catrame, la strada che stavano percorrendo. Brecciame, una cunetta, il prato dove posano i primi alberi, infine il grosso delle piante, sul drappo di reti di arancio, per la pesca delle olive quando è stagione. Gli oliveti sono d'africa, colore di tribù. Siedono in cinque o sei sui circoli di pietre e goodyear, dritte le donne, gli alberi contorti, capelli attorcigliati in code tortili e nerissime, i bulbi oculari giallastri e turgidi, due seni sulla faccia.
Stavano tagliando dritto, ora un proiettile di auto brucia contro il muro della cartiera dismessa. Le donne si sono voltate al botto. L'altra macchina ha sbandato, prima di affondare nella cunetta, il vetro impazzito in una ragnatela. Una figura curva è scappata in mezzo agli alberi e subito si è persa. Immobile, dallo scranno di collina, anche la città piccola ha visto.
Sono arrivato a martedì, seduto dove sono seduto, al bar dell'ospedale. Ieri era diverso. Ieri ero in ufficio, seduto come adesso, un piano di formica uguale, fettucce di spazi liberi e polvere davanti, c'è la tastiera, c'è il computer, ci sono le pile di fascicoli, c'è il tondo vuot intorno la bicchiere del Campari che ha un bordo di limore infilzato e gocciolante, passa il collega, sembra tirare dritto ai fatti suoi, invece torna indietro, si china, lo guarda, lo tira via con il pollice e l'indice, lo infila tra i denti. Succhiando va a chiudersi nella sua stanza. Dopo un pò fischietta. Si vede che l'ha sputato dentro il cestino, nel frattempo. Anche l'altro ieri era diverso. Domenica. (...)
(incipit del romanzo)
da "Sotto questa cenere" di Cinzia Zungolo
Collana "Tempora", Dario Flaccovio Editore, 2005
CINZIA ZUNGOLO (è nata nel 1963 a Potenza, attualmente vive e lavora a Verona). E’ un romanzo che viene dalla poesia “Sotto questa cenere” dallo stile pungente, brillantemente metaforico e dall’ampio ventaglio lessicale, illuminante e aperto a una moltitudine di significati. L’architettura del romanzo, oltre 400 pagine è complessa, tre storie si snodano parallele tra il celato e il non detto, si sfiorano, si riconoscono per assonanza talvolta, o associazione di senso. Quella del protagonista e Martina, di Gioia “zoppo fallito” e sua moglie Maria, della banda di Toro, Vito, Olindo, Recchia e gli altri. Tutti personaggi, uomini e donne in movimento verso qualcosa o qualcuno, al tempo stesso vittime e carnefici. Tutti sotto questa “cenere”. Tutti irrimediabilmente falliti e cronaca da giornali. Un romanzo difficile, poetico e spietato questo della Zungolo, stimolante per quello stile sfuggente e quella realtà solo apparentemente sfiorata da una scrittura sincopata che spezza continuamente il senso, spaesandolo, dislocarlo nella pagina in un'armonia di chiari e scuri e di ritmi che catturano e disorientano. “Nello scrivere mi faccio portare dal ritmo, dai suoni –dichiara l’autrice in una intervista- il lavoro sulla scrittura è per me almeno tanto indispensabile quanto, per uno scultore, quello sui materiali".
by Maria Pina Ciancio

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7.1.07

 

Massimo Pallottino. Io aspetto nel buio 

[narrativa -7]











Quando udii lo squillo del telefono ero in un delizioso dormiveglia. Dovevo aver dormito sì e no cinque ore, senza accennare alcun movimento; l’idea di dover raggiungere il telefono in soggiorno e sollevare la cornetta non mi sfiorava neppure.
Le persiane della mia stanza da letto erano semiabbassate. La luce, filtrandovi come una nube leggera e slargando pian piano i suoi raggi, rischiarava una sola fila di mattonelle bianche, rilucenti ai bordi sui richiami floreali rosso tango. Girandomi verso il comodino riuscii ad inquadrare l’ora della sveglia: le sette e tre minuti. Questione di attimi. Sprofondai di nuovo a dormire e più tardi, appena sveglio, segnava già le otto.
Sollevandomi un poco sopra la testata del letto, guardai la mia immagine riflessa nello specchio quadrato dell’armadio di fronte. Sul comò di mogano addossato alla parete c’era il ritratto di Helen, la mia cagnetta che scorrazzava felice lungo la riva del mare di Forte dei Marmi – il disco rosso fuoco del sole, tramontando, svaniva lento all’orizzonte. Per qualche istante l’occhio mi cadde sull’altro ritratto sopra il comò, su quel viso angelico dai lineamenti delicati che portava lo stesso nome della cagnetta. Cercai di scacciarne il ricordo, riportando immediatamente lo sguardo sulla prima Helen.
Funzionava.
Quella mattina non l'avevo ancora sentita, non avevo cioè ancora udito i suoi passi leggeri, nè il suo abbaiare affettuoso da dietro la porta della camera per annunciarmi che un altro giorno era sorto già da un bel pò; dedussi che non si era ancora svegliata.
In pigiama me ne stavo seduto sul bordo del letto. Là fuori c'era la fuori c'era una nuova giornata: lunedì 5 settembre 2002.
Solo a pensarci...
Avrei portato la mia bestiola a passeggio in Piazza del Duomo, lo facevo sempre nelle belle mattinate di sole. Quella piazza era il luogo di Firenze che Helen amava di più; quando prendevamo a imboccare via de' Martelli leggevo nei suoi sguardi riconoscenti un affetto profondo e forse ineguagliabile. Helen scodinzolava felice. Talvolta riuscivamo a condividerla quella felicità.
(l'incipit del romanzo)

i Massimo Pallottino, Io aspetto nel buio,
Edizioni PeQuod 2006

MASSIMO PALLOTTINO (Rionero in Vulture, 1962). Un serial Killer che in due anni ha assassinato 10 donne tra i 37 e i 70 anni con tre colpi di pistola, due al cuore e uno alla fronte e che infine incide una “D” maiuscola con un coltello sotto l’ombelico della vittima. Un detective in pensione che colleziona monete antiche, che fuma la pipa ed è appassionato di Philip Morlow. Un uomo di sessantanove anni, Riccardo Conti, ricoverato in una clinica fiorentina, che vive con la cagnolina Helen e che si ritrova inconsapevolmente coinvolto nella trama dei misteriosi delitti. E poi tanti altri personaggi ancora in questo giallo-thriller di Massimo Pallottino Io aspetto nel buio, dal ritmo ora lento, ora rapido e serrato e dallo sviluppo labirintico e ambiguo. Riccardo Conti è il personaggio centrale intorno a cui ruotano tutti gli altri che appaiono sulla scena, ricompaiono, scompaiono, incluso il serial Killer. Tutti annodati tra loro da un misterioso filo conduttore: "Il codice della vita" e un’associazione Zen. Ambientato tra Roma e Firenze, è la sua prima pubblicazione, ma ciò che colpisce di questo esordiente di Rionero in Vulture è l'indagine minuziosa che fa della psicologica dei personaggi e la capacità, quasi maniacale e ossessiva, di registrazione-descrizione del particolare e dei dettagli.
by Maria Pina Ciancio
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20.12.06

 

LucaniArt Natale 2006 

[Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere -Pennac Daniel]


C
arissimi amici, vi proponiamo qualche idea per i vostri regali di Natale, suggerendovi i nomi di alcuni libri che abbiamo letto o che alcuni di voi ci hanno gentilmente segnalato, da condividere insieme. Per la narrativa vi consigliamo tre romanzi di scrittori lucani Mille anni che sto qui (2006) di Mariolina Venezia, Sahara Consilina (2004) di Vincenzo Corraro e Lago Negro (2005) di Andrea di Consoli. Agli appassionati di poesia segnaliamo invece questi due nuovi titoli, editi dalla LietoColle, Il mare dietro l'autostrada (2005) di Stafano Raimondi e Addio al decoro (2006) di Paola Loreto. Il libro L'adorazione del piede (2006) di Berarda Del Vecchio, esordiente lucana di Trecchina è rivolto invece agli appassionati di saggistica. Per la narrativa dell'infanzia segnaliamo infine due accattivanti libretti degli scrittori lucani Claudio Elliott e Gina Labriola: Storia dell'Iceberg che affondò il Titanic (2006) e Il diavolo nel presepe (2002).

Grazie infinite di seguirci in tanti. Buona lettura e buone feste a tutti da LucaniArt.

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12.11.06

 

Vincenzo Corraro. Sahara Consilina 

[narrativa -5]



E poi come Camus, cominciò a scrivere sui manifesti appesi ai muri le dieci parole per lui in assoluto più importanti su cui si potevano fondare le sacrosante verità del mondo. La gente si fermava, si raccoglieva in piazza a gruppetti, osservava anche infastidita, qualcuno lo pigliava per paccio e se la rideva di gusto. S’era portato da casa un secchio di pittura rossa e un pennello e dopo aver diluito con l’acquaragia nel fondo di una bottiglia di plastica un bel grumo di colore cominciò ad imbrattare, come una furia, tutto quello che gli veniva a tiro sulle pietre e i muretti del corso.
***

La porterò nella terra di mio nonno. La lentezza e il silenzio e il non detto sono un nostro scrupolo di decenza, colori e odori sono invece una provocazione. “Che bell’odore di malva” dirà lei. “Ma che cazzo è ‘sta malva, me lo spieghi?”. Non ci sarà risposta la malva non cresce dalle nostre parti. Poi darà voce alla mia coscienza impersonale e anonima e annoiata e sofferente per quella solita ricezione distorta e rancorosa dei fatti esterni, facendomi dire cose che tengo dentro per abitudine e fedeltà.
***

L’ottantanove, di novembre, in paese. Me lo ricordo quasi uguale a quest’anno di nuovo secolo, ora che infilo a uno a uno, terza-seconda, i bivi per tornare a casa e nell’aria tiepida, col sole in faccia, abbasso i vetri per sentire l’odore bello forte di frasca d’ulivo bruciacchiata che i contadini ammucchiano accanto alle cunette per fare pulizia dopo la raccolta. L’ottantanove cadeva il Muro, a novembre la gente scappava ancora, ci diceva la televisione, e Carmen La sorella in diretta da Berlino appuntiva le labbra a culo di gallina per fare la voce calda e diplomatica e raccontarci, notes in mano, tutta commossa gli storici eventi, l’euforia dilagante: spunti infiniti per i temi d’italiano d’impegno e attualità, quelli che s’azzecchi i nomi dei ministri degli esteri e le trame politiche, gli accordi e la lettura utopica del fatto, ti ruota di certo il giudizio attorno al notevole spirito critico dell’alunno, che inchioda la massa al contenuto, attinto al temario sberciato sotto al banco.
Vincenzo Corraro, Sahara Consilina
Edizioni Palomar, Bari 2004
VINCENZO CORRARO (Viggianello, 1974) Ecco un bel romanzo! Sahara Consilina l'ho letto con l’entusiasmo di un’adolescente, animata e incoraggiata da un talento schietto, capace di coinvolgere appieno sin dalle prime pagine… Un romanzo ricco di verità, quotidianità, dialetti, odori e inerzie ataviche di questa terra. La storia è ben strutturata e sorretta abilmente per duecentosettanta pagine dall’autore e all’interno si avvicendano conflitti etici, azioni contrapposte da una diversa sostanza di pensiero che le muove. Ne viene fuori una realtà attuale lacerata, tra un bisogno di rivoluzione culturale a cui un gruppo di giovani laureati fuori sede dà sfogo, costituendo una lista per le elezioni comunali del loro paese e un pensiero dominante assimilato, indotto, inconsapevole in gran parte che però fa la “maggioranza”. Tutti fattori che popolano e caratterizzano la cultura lucana da sempre e che in questo romanzo vengono riletti in chiave contemporanea. Corraro capovolge la prospettiva narrante, non parla da escluso, da emigrante, ma da partecipe e complice. Non c’è retorica né compiacenza tra queste pagine, ancor meno giudizio, ma c’è il respiro del lucano di oggi, con ritmi e abitudini, reticenze e pensieri, slanci e rese. Un vero graffito reale fatto di privato, viaggi, cultura, libri, musica, ritorni che disorientano e feriscono, ma che per una volta almeno, di fronte alla prepotenza incolta del potere, non hanno trovato scampo nel disimpegno o nel compromesso.
by Maria Luigia Iannotti

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11.7.06

 

Christian Raimo. Ricorrenze 

[Narrativa -6]

“Che noi siamo il colloquio e la nebbia”

Nel 1986 mi trasferii con tutta la famiglia da Potenza a Roma. Fu uno degli ultimi viaggi che feci in macchina con mio padre e mia madre. E l’ultimo che feci con mio fratello. Era il 12 maggio ed era uno di quei giorni di transito, di inespressive atmosfere celesti, di odori incomprensibili nell’aria, di cui la vita dei paesi più sviluppati dell’Europa, del Nord America, della Russia occidentale, cominciava a essere sempre più piena. Ero seduto dietro nella macchina, e nonostante la lucidità eccessiva per la levataccia, nutrita per via endovenosa ad agitazione, fibre allertate e bevande calde, quello che elaboravo mentalmente in quei momenti era quasi assolutamente nulla. Registravo il percorso e il paesaggio, ma non capivo se dovessi tenere a mente un’immagine globale o qualche dettaglio o che cosa. Le insegne stradali indicavano ogni chilometro che passava, ogni paesello ci dava il benvenuto e ci diceva arrivederci un minuto dopo, ma quella forma essenziale di nostalgia cutanea che è tipica e forse necessaria in questi casi stava solo fermentando molto molto lentamente, e di lì a poco avrebbe assunto delle fogge così inaspettate che definirla nostalgia anche oggi può al massimo far venir fuori un sorriso brevissimo, e forse ancora, leggermente, indifeso.

Si scherza, Lucio mi ha telefonato ieri mattina e mi ha riassunto i motivi per cui vive: ci sono due grandi concerti a metà marzo, e allora bisogna informarsi, lo zelo e l’acribia necessitano, prepararsi per uscite all’alba, prima dell’alba, le tende, e le botte, e la lotta accanita per riuscire a prendere i biglietti. Occorre appropinquarsi all’estasi, già ora, mi ha detto. Ripetere a se stessi la gioia estatica delle note che sentiremo, bearci delle possibilità molteplici delle esecuzioni. Dirsi grandioso, grandioso, senza smettere, neanche nel sonno.

Il motivo per cui dovemmo trasferirci da Potenza a Roma stava tutto nella ghiandola pineale di mio padre. Nella ghiandola pineale, diceva lui, ci sono tutte le scelte su cui non hai controllo. Che devi fare e basta. E Roma, bisognava prendere e andare, prima partivamo e prima ci toglievamo il pensiero. Fatto così mio padre, dava poche spiegazioni anche a se stesso, come se fino a una certa età ne avesse dovute, e ora, a trentanove anni, ne fosse completamente esentato. Rispetto ai suoi amici, pochi, di Potenza, che erano uno lo specchio dell’altro, il suo traguardo personale, che condivideva solo con noi, era riuscire a distinguersi, far sì che anche il suo corpo, anche la sua pronuncia non avessero nulla più a che fare con quei posti in cui noi eravamo nati e stavamo crescendo. Per me piccolo, e forse anche per mio fratello, mio padre era una figura misteriosa, che tendeva ad avvolgere se stesso in una sorta di mito fatto in casa con le sue mani. Cercava di plasmarsi addosso la figura dell’eroe, del matto del villaggio, del patriota, del pirata, e inclinava in questo modo verso delle forme personalissime di idealismo.

Le pompe funebri, per mio padre, erano la vera missione dell’uomo. Aver cura dei morti, stare a contatto con il dolore e il disfacimento, con la morte che non si spiega, era la maniera migliore per avere a che fare con la verità. Questo aveva spiegato a me e mio fratello fin da quando eravamo bambini. Dovevamo stare in ufficio con lui. In attesa delle chiamate. Dovevamo passare lunghi pomeriggi, in questo stato innaturale, aspettando che qualcuno chiamasse per scongiurare la noia, e scongiurando che non chiamasse nessuno, tentando di prendere confidenza con la noia. In questa attesa riscaldata da una stufa elettrica che mio padre voleva che tenessimo sempre al massimo, mio fratello guardava me che stavo lì a guardare un televisorino in bianco e nero dove si riuscivano a prendere solo i primi due canali della Rai. E io guardavo lui che faceva i compiti per tutti e due. L’agenzia, anche nel ricordo di bambino, era un posto piccolo, diciotto, venti metri quadri al massimo, e c’era spazio per una lampada sola messa su una scrivania striminzita attaccata al muro. Così ci eravamo divisi i turni per studiare, e cominciava lui per primo; ma alla fine, visto che i compiti che ci toccavano erano gli stessi, io mi adattavo a quello che aveva scritto lui, temi compresi: quello che riuscivo a fare era soltanto una rielaborazione neanche troppo impegnata di quello che mio fratello mi lasciava in bella vista sulla scrivania. Era una specie di accordo sottinteso o di abitudine o di amore fraterno.

da "Latte" di Christian Raimo
Minimum Fax, 2001

CRISTIAN RAIMO (Roma, 1975). In “Ricorrenze” come del resto in tutti i racconti di Raimo il presente dialoga con la memoria e sembra quasi interrogarla in un tempo costante di ricerca di senso, significati, risposte… I racconti di Raimo ricchi di immagini, fatti, dialoghi, pensieri e tempi vivono nella coerenza lucida di un presente parlato e pensato insieme, pervaso da un senso di incompiutezza esistenziale che trova di volta in volta soluzioni temporanee anche se il tutto si svolge con modalità che non sembrano mai assumere i connotati tragici…Un bel libro Latte che risale al 2001 con cui Raimo consulente della collana Nichel della Minimum Fax si è consegnato per la prima volta al pubblico, dove non si risparmia e ci racconta di una generazione di giovani complessa che sembra voler contraddire i tanti stereotipi degli ultimi anni. Non è lucano Raimo e non so quanto ci sia di vero sulla fuga da Potenza che narra nel primo racconto, ma di certo appare verosimile il bisogno di un adolescente di desiderare altre mete e altri spazi al di là del resistente provincialismo per affermare la sua voglia di libertà, un desiderio confermato dai tanti racconti della raccolta che non passa mai attraverso il trionfalismo dei personaggi narrati ma sempre rigorosamente attraverso le fragilità e i complessi tipici dei giovani di oggi che lo scrittore fa rivivere in essi… Un libro che appassiona per schiettezza e tenerezza, che affascina per la rara riflessività a cui invita quando quasi senza accorgercene ci troviamo a vagare insoddisfatti e curiosi sul terreno di una trasposizione della realtà fra le più autentiche e probabili prodotte negli ultimi anni da un giovane…
by Maria Luigia Iannotti

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12.6.06

 

Rocco De Rosa. La mela malata 

[narrativa -4]

U
na luce intensa, di colore bianco, illumina la facciata del grande edificio sul pendio della montagna che sovrasta la Valle dell’Agri. E’ sera avanzata e le ombre nette vanno assumendo nel buio un volto umano; proiettano una dimensione di vita. La luce, emessa da alcuni riflettori, fa risaltare perfettamente il palazzo, sobrio e austero insieme. Un edificio costruito almeno quarant’anni fa, quando l’agricoltura aveva un altro senso nella vita dei paesini del Sud: era un’arte obbligata, un lavoro inevitabile per chi lo praticava. Non di rado fonte di miseria per braccianti ed operai; spesso motivo di ricchezza per i padroni che, a loro volta, mettevano a frutto la terra per non venir meno alla loro condizione sociale di proprietari.
La luca bianca dei riflettori fa risaltare anch’essa una condizione di netto predominio di cui il palazzo di campagna è espressione ancora oggi.

Si avverte il peso di un’aria stagnante. Non c’è una sola persona,tra quelle uscite dalla casa di campagna e tra gli stessi passanti, che si senta davvero a suo agio. La paura e il timore di finire nell’inchiesta dei magistrati sono come una maschera tremenda. Il gruppo delle persone uscite da quel palazzo rappresenta la sintesi del potere e della forza economica, ma anche l’espressione di certa politica con i suoi personaggi, i suoi ritmi e con regole ben precise. Quanto basta per sentirsi l’ombelico del mondo. Per questo influenza gli stati d’animo degli altri e condiziona un po’ tutto. I minuti scorrono. L’aspetto del cielo si fa sempre meno gradevole e le poche nubi contribuiscono a diffondere attesa e incertezza.

Uccio sale in fretta le scale, entra in un appartamento e chiama in una stanza Teo, con una gran fretta. Cerca di convincerlo a scendere giù e ad avere contatti con i lavoratori. Ma Teo non sembra disponibile. E’ intento a fare altro. Ha davanti a sé, stranamente, un bel cestino di mele. Alcune buone, altre cattive. Ne trova diverse con delle macchie abbastanza evidenti. Eppure le mele non sono marce, ma sono solamente malate, chissà perché. Teo non riesce a darsi una spiegazione. Vorrebbe buttarle via e lasciare nel cestino le poche buone. Invece decide di conservarle tutte, buone e cattive insieme. Le mele sono state raccolte nel frutteto del palazzotto che guarda il fiume Sciagura, dove cominciò quella mattina all’alba tutta la tragedia degli arresti e del carcere.
“Queste mele sono un segno della nostra vita. Non è possibile gettarle come si fa per le cose vecchie di cui vogliamo sbarazzarci a tutti i costi. Devo conservarle, soprattutto quelle cattive. Che in fon dei conti cattive non sono. Sono solo malate e testimoni di un tempo che è riuscito a rovinarle, con i suoi giuochi perversi e le sue malefatte… Il tempo di oggi così difficile e instabile. Così strano e minaccioso!”.

La mela malata di Rocco De Rosa
Iride Edizioni - Rubbettino Editore, 2005

ROCCO DE ROSA è nato e vive in Basilicata dove attualmente lavora. La mela malata è un romanzo affollato, è il caso di dire, da tantissimi personaggi, almeno nella prima parte: politici ambiziosi, imprenditori scaltri, donne ossessionate dal potere e dall’amore allo stesso tempo, giovani fermi al bivio del compromesso che poi sceglieranno la via del riscatto umile e crolleranno in tutta la loro ingenua fragilità sul finale, magistrati corrotti, uomini onesti che rimangono sulla scena nello sfondo in contrapposizione. Il romanzo è ambientato in questa terra e probabilmente prende spunto dai fatti della tangentopoli lucana ma si spinge ad analizzare a tutto raggio, anche nei sottili e drammatici risvolti psicologici dei protagonisti, un fenomeno molto più imponente che è quello di Mani Pulite, che ha modificato il volto e il costume di un intero paese. Una scrittura ancora più efficace quando diviene volutamente ripulsiva, sfrontata nei toni, ruvida. Credo che quello di De Rosa sia il romanzo delle nostre piccole storie malate, che incarna appieno il senso della nostra cultura materialista, il romanzo dell’uomo del nostro tempo sempre spinto sull’orlo della tentazione o credo sia semplicemente il romanzo dell’uomo…

by Maria Luigia Iannotti

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15.5.06

 

Gaetano Cappelli. Il primo 

[Narrativa -3]

Ero il primo della classe e la mia media era la più alta in tutto il liceo, eppure fino a che non mi ero messo con Filippa nessuno sembrava neppure essersi accorto di me. Ora invece tutte le ragazze mi facevano il filo e non c’era una festa cui non fossi invitato. Ma la vera conferma di quello che stava accadendomi la ebbi quando ripresi a passare sul corso. Il corso di una piccola città di provincia è una specie di palcoscenico naturale o meglio, visto che ci si passeggia, una passerelle su cui si alternano intere generazioni di affezionati instancabili precorritori, ognuna con i propri divi, i comprimari, le semplici comparse.

***

La vita è davvero assurda figli miei, assurda. A che vale prendersela?” era stato il commento filosofico del mio costernato, nonché moribondo genitore, che, ascoltando i nostri discorsi, s’era però miracolosamente distratto dalla sua tetra nenia per poi addormentarsi di botto, trascorrendo finalmente una notte serena. Tanto serena che il giorno dopo lo vedemmo, come non fosse mai stato ammalato, alzarsi e radersi fischiettando secondo la sua abitudine. Poi, dopo che ebbe fatto colazione, dispensandoci i suoi sorrisi bonari, prima di tornarsene in camera a vestirsi, gli sentimmo annunciare che sarebbe partito quella mattina stessa.
Avemmo tutto il tempo di chiederci per dove e che altri guai avrebbe combinato e in che modo impedirglielo, finchè non vedendolo ridiscendere fummo noi a salire nella sua stanza per trovarcelo bello lungo disteso sul letto, una mano sotto la nuca e il mozzicone spento tra le labbra nella posa spensierata della prima sigaretta.

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Ci vuole infatti un tipo particolare di idiota per scrivere romanzi: uno che sacrifichi la propria esistenza passando intere giornate chiuso in una stanzetta come un mistico medievale, trascurando l’affetto dei propri cari, mettendo in gioco matrimoni, amicizie, salute e carriera, dannandosi la vita, insomma; uno che si concentri totalmente su qualcosa il cui fallimento economico è assicurato, per guadagnarci al massimo qualche articolo sui giornali, se tutto va bene, nella maggioranza dei casi lo sguardo di compatimento del genere umano e che, soprattutto, sia così insensatamente pazzo da pensare che le fantasie con cui imbratta centinaia di pagine, di solito nascosto nella più remota provincia, e senza nessun santo in paradiso, possano mai interessare qualcuno – e la cosa più pazzesca di tutte è che, a volte, proprio questo accade.

da "Il primo" di Gaetano Cappelli
Marsilio Editore, 2005


GAETANO CAPPELLI (Potenza 1954) Una bella storia, fatta di sogni ciechi e deliranti, quella di Guido Cieli, il protagonista de Il primo, che finisce col vivere la vita in una meccanica affermazione di sé che si tradurrà poi in una evidente negazione delle sue naturali inclinazioni e della percezione del tempo arreso alla sera in cui il suo grande amore scelse di non sceglierlo…Invaso da una caparbia follia di essere, di ferire chi non lo ha riconosciuto come primo, asseconderà una tensione costante verso l’affermazione e la definizione del suo ruolo nella vita, verso il riscatto dal proprio fallimento. Straordinaria in questo romanzo è senz’altro oltre all’ironia e alla leggerezza, espressioni di una sintesi stilistica matura e compiuta, la capacità dello scrittore di far convivere passato e presente in un tempo narrante di abile composizione, costellato da sogno e realtà, in cui lo stesso Cappelli compare nelle ultime pagine per chiudere il senso delle storie, lasciandole semplicemente aperte, nell’estremo e geniale tentativo di farle e farci credere ancora nella bella “corsa” della vita…

by Maria Luigia Iannotti

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7.5.06

 

Domenico Mancusi. Sotto un cielo piccolo 

[Narrativa -2]
Scipione era ancora agli sudi nella città dei papi. Isabella tutti santi giorni, scriveva per lui lettere accuratissime. Vergava pagine e pagine, che copiava e ricopiava in bello stile, provando cento calligrafie. “Eccoti qua la colomba del tuo germano” disse la baronessa madre agitando tra due dita la lettera appena recapitata dal corriere. Quella volta pareva come indispettita. “Voi! Voi!!!... Comunicate solo tra voi, senza che mi rendiate conto per niente… -si lagnò, ponendo con un gesto nervoso la missiva nelle mani della figlia-. Ce lo facesse sapere se almeno a lui arrivano notizie di vostro padre. Facesse mettere in mezzo pure qualche ecclesiastico… A che serve tutta la stima che si guadagna in quel di Roma? A che serve che studia studia studia? A che serve che, se lo vedessi in questo momento, nemmanco lo riconoscerei? Chè non lo vedo da anni e anni! A che serve, ditemi voi?” concluse nel pianto la signora madre. E uscì dalla stanza sbattendo la porta, lasciando la figlia sbiancata dall’imbarazzo.
Col cuore in mano, Isabella scriveva al suo gemello “Scopro con trepidazione che sottomettermi alla vita in questo sito mi procura una mordacissima pena. Mi fanno compagnia solamente le pagine gialle dei vecchi libri: finestrelle piccole piccole, spazio per due soli occhi sognatori…”.
Una lettera ogni due settimane: il tempo, i giorni, i mesi, intere stagioni, misurati da quella clessidra lenta, lentissima.
“… mi piange il cuore saperti avvilita, ardimentosa di cultura e civiltà; mentr’io, baciato dalla fortuna, vivo accanto ai maestri che insegnano l’uso retto della facoltà della mente e della ragione.
Mia cara, ti dico di non desistere, di perseverare nell’esercizio dell’apprendimento: il tuo animo gentile dà ragione alla bontà alla bontà del nostro genitore che ti aveva sue eletta; avrà giustizia, ne sono certo. Sì, sì., la fortuna si sottrasse proprio di strumenti e le comodità giuste per le tue vocazioni, è vero. Ma vedo che le tue lettere progrediscono ugualmente, riverberano pensieri sublimi… Le canzoni che mi mandi costringono il cuore; ritengo siano degne di assurgere agli onori più alti… Sono ammirato anche dalla carta tanto ben ornata dal tuo pugno delicato; essa è sempre pulita e senza difetti: ogni parola è tornita con pazienza d’artigianato…”. (p.120)

***

Una donzella par tuo deve pur mettere il pensiero alle cose di questa vita. Lascia perdere Isabella; per il bene che ti voglio! Lascia perdere i tuoi studi, i libri, le scartoffie. I poeti sono uomini che scrivono di donne ad altri uomini. Non che tu debba attender solo all’ago, alla conocchia e men che mai all’arcolaio, figlia mia: ma i libri son roba pericolosa per le fanciulle: l’infatuazione che ne hai non giova a nulla: ritarda e offende la tua formazione di donna” sbottava di tanto in tanto la baronessa madre. Certo che paventava male cose, ad onta di quanto aveva proferito quella volta la maliarda, leggendo il mistero dei segni nel precipitato nero del rovagno.
“Per amor dl cielo, signora madre… -controbatteva Isabella, col broncio discreto-, lasciate che l’esercizio della scrittura mi allarghi i brevi confini di queste mura, di questa tristissima prigione, da cui ardirei fuggire con ogni mezzo. Dio sa quale balsamo consolatore sono i libri, quanto tormento io taccio scrivendo…”. Sapevo, sapevo bene quante passioni ella domava con la sola forza della sua penna pica! (p.122)

da Sotto un cielo piccolo di Domenico Mancusi
Pianeta Libro Editori, Potenza 1999
(disegno di Rocco Grieco)

DOMENICO MANCUSI è nato nel 1957 a Potenza dove vive e lavora. Sotto un cielo piccolo è un romanzo storico, ambientato nella Basilicata de XXVI secolo. Una narrazione realistica su base documentaria, che ci offre una originale interpretazione della famiglia Morra, vista e raccontata da Giuditta la governante mora a servizio nel palazzo.
Il romanzo, ricco di particolari e precisione documentaria, rievoca personaggi, ambienti, fatti, conciliando invenzione letteraria e realtà storica con uno stile vivace ed avvolgente che nel lessico e nelle costruzioni ripropone echi e richiami del passato.
Accanto alla vicenda privata e alla tragedia di Isabella, la giovane poetessa tragicamente uccisa per mano dei fratelli, c’è la storia collettiva di un popolo e di un’epoca, quella di Favale (oggi Valsinni) e di un Sud arcaico, isolato e lontano dai grossi centri culturali e artistici. Una narrazione che nel rievocare l’atmosfera di un’epoca, fa luce sul presente dei fatti del passato.

by Maria Pina Ciancio
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